Foto Giovanni Gnoni
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Brevi notizie storiche di Aldo de Bernart

 
     
 

Solo per ricordare, di Aldo de Bernart (Tipografia Inguscio e De Vitis, Ruffano), è una piccola plaquette che raccoglie una serie di contributi sparsi, scritti con la acribia e la grande preparazione alle quali ci ha da una vita abituato questo ottuagenario studioso, esperto di storia patria e cultura salentine. Questa plaquette, stampata fuori commercio in un numero limitato di copie (149), fa parte della collana “Memorabilia” nella quale, da qualche anno a questa parte, il professor de Bernart raccoglie una serie di piacevoli e sempre interessanti chicche, spigolature su avvenimenti di storia locale o su personaggi minori se non minimi e dimenticati del nostro Salento, tranche de vie che sanno sempre catturare la nostra attenzione. Lavoro pregevole, questo, svolto disinteressatamente, con la sola passione della ricerca e dell’approfondimento, che il de Bernart mette a disposizione di tutti coloro che amano il nostro Salento o sono interessati a scoprire aspetti inediti della storia di Terra d’Otranto. Il primo contributo è “Nel settantesimo anniversario della morte di Antonio Bortone. 1938-2008”, che riprende un analogo scritto apparso qualche anno fa su NuovAlba, rivista di storia e cultura parabitana di cui de Bernart è assiduo collaboratore. Questo scritto ci fa ricordare la figura di un grande artista salentino del passato, Antonio Bortone da Ruffano, il “mago salentino dello scalpello”, come a de Bernart, primo biografo dell’illustre scultore, piace definirlo. Sulla prima di copertina del volumetto, compare una foto di Santa Maria di Sombrino, del XIII secolo, in Supersano, e sull’ultima, la casa natale di Antonio Bortone, del 1595, in Ruffano. Il secondo contributo è “Angoscia di padre”, un vecchissimo scritto apparso sulla rivista leccese “La Zagaglia”, n.15, 1962. Il terzo contributo che è presente in questa raccolta è “La Madonna del Latte-nella chiesa Mater Domini a Ruffano”, che riprende un analogo scritto, “L’antica chiesa di Mater Domini a Ruffano”, pubblicato (sempre nella collana in parola) per conto del Comune di Ruffano, qualche tempo fa, in occasione della inaugurazione del Bosco Occhiazzi, parco naturalistico sito sulla splendida collina della Serra ruffanese. E della deliziosa collinetta, su cui insiste la cappelletta di Mater Domini, Cosimo De Giorgi scrisse anche nei suoi “Bozzetti di viaggio”, come riporta de Bernart, che ricorda anche i versi di Carmelo Arnisi, delicato poeta ruffanese vissuto fra Ottocento e Novecento, dedicati al dolce declivio della Serra e quelli di Leonardo Mascello, un poeta di passaggio da Ruffano nei primi del Novecento, sempre dedicati alla amena collinetta che i ruffanesi conoscono come “Santa Maria della Serra”. “C’era una volta Torre Suda” è una piccola nota dedicata da de Bernart al poeta ruffanese Nello Borrelli, autore del libro omonimo. L’altro contributo è “Il fantasma di una baronessa”, un ritratto del palazzo baronale di Tuglie e di Isabella Castriota Scanderbeg, che in quella dimora patrizia visse nel Settecento: si tratta di una rielaborazione della relazione che de Bernart tenne in occasione della presentazione, qualche mese fa, in Tuglie, del libro di Ortensio Seclì Tuglie, la storia le storie (Il Laboratorio 2007), e che era stata pubblicata sul numero di dicembre 2007 del giornale dell’amministrazione comunale tugliese  Paese. L’altro contributo è “Gli antichi riti pasquali – Il sepolcro della Chiesa degli Alcantarini di Parabita –“, che riprende un vecchio scritto pubblicato dal professor de Bernart sulla rivista NuovAlba.  L’ultimo contributo, inedito, è “La tela della Crocifissione di Saverio Lillo nella chiesa parrocchiale di Ruffano”, che fa luce su questa poco nota tela, recentemente restaurata, del settecentesco pittore ruffanese, autore di tutte le tele che adornano la chiesa matrice di Ruffano “Beata M.Vergine”. Solo per ricordare,  quindi, ai ruffanesi, ai parabitani e a tutti i salentini, l’inestimabile patrimonio culturale di cui noi siamo depositari; ed anche attraverso questo “memento” al quale ci invitano le opere di de Bernart, capiamo che, citando una massima ideata da Alessandro Laporta per una precedente plaquette dell’ottuagenario parente ( Iconografia di San Luigi Gonzaga in Ruffano, 2007), “verba remota vigent oblita gesta nitent”, ossia “le parole antiche rivivono, le opere dimenticate risplendono”.

Paolo Vincenti

Tratto da " www.Info-Salento.it"  giugno 2008

 
     
  “La Pizzica Scherma di Torrepaduli” di Ermanno Inguscio  
     
 

   La pizzica scherma  è la principale attrazione della festa di San Rocco di Torrepaduli, frazione di Ruffano. Nella magica notte agostana della danza delle spade, infatti, la piccola frazione diventa il centro del mondo per migliaia e migliaia di visitatori e turisti che, fra il 15 ed il 16 agosto, si riversano nelle affollate contrade di questo paesino del medio Salento. Per l’occasione, Torrepaduli diventa via vai di commercianti, che alla secolare fiera di San Rocco espongono i loro prodotti,  di fedeli, che si recano nel Santuario torrese per pregare davanti alla statua del Santo di Montpellier, ed  incrocio di culture e scambio vitale e prezioso di pareri, idee, esperienze che si confrontano, in questi tre giorni, nel segno del protettore degli appestati, Rocco, il santo spadaccino. Nella notte dei tamburelli e dei coltelli, girano nelle danze i destini degli uomini e delle donne che ballano al centro della piazza, sotto lo sguardo vigile del Santo, il quale, ogni anno, benedice questa festa, che rende Torrepaduli un punto di riferimento nell’ambito del folklore e delle tradizioni popolari salentine, sia per gli amanti del nostro territorio che per gli studiosi. I ricercatori, infatti, hanno sempre qualcosa da scoprire su questo culto e su questa danza antica e misteriosa che ancora non ha svelato del tutto il suo fascino segreto ma continua ad ammaliare con un sibilo lungo che difficilmente le nuove tecnologie offerte dalla modernità massificante e la omologazione culturale di questi ultimi anni riusciranno a spegnere. Fra gli studiosi più attenti, vi è Ermanno Inguscio, il quale all’ombra del Santuario torrese è nato e cresciuto e al fenomeno della danza delle spade ha dedicato diversi libri, come quest’ultimo: La pizzica scherma di Torrepaduli. San Rocco: la festa, il mito, il santuario, edito da Lupo (2007). Questo libro,patrocinato dal Comune di Ruffano,  con una Prefazione di Gino Santoro, docente di Storia del Teatro presso l’Università di Lecce, compendia  tutti gli studi compiuti da Inguscio su San Rocco di Torrepaduli e ne offre forse la prova migliore. Dopo una Premessa dell’autore, il libro, patrocinato anche dalla “Associazione San Rocco Italia” di Sarmato (Pc) e dal “Comitato Internazionale Scientifico per gli Studi su San Rocco e la Storia Medievale” di Voghera (Pv), di cui lo stesso Inguscio è membro,  consta di un primo capitolo, dedicato alla “Pizzica scherma, evento di Torrepaduli”; un secondo capitolo, dedicato a “San Rocco, il culto, il santuario e il pellegrinaggio”; un terzo, molto corposo, capitolo, incentrato su “La Chiesa-Santuario di Torrepaduli: di alcune figure di rettori tra Ottocento e Novecento”; un quarto capitolo su “La festa e la fiera di San Rocco”; un quinto capitolo su “Pizzica, ronde e tamburelli: storia di danza e di coltelli”; e poi, offre una interessante Appendice in cui viene ripercorsa la storia dell’ “Opera di San Rocco” e viene compulsata  la Biblioteca domestica di Rocco Monsellato, vecchio rettore del Santuario, che si compone di una cinquecentina, varie seicentine, settecentine  e volumi del XIX secolo e del XX secolo; inoltre, si prende in esame il “Libro delle presenze” del Santuario di Torrepaduli, che ha visto sempre negli anni una affluenza massiccia di visitatori da ogni dove, con le varie dediche che sono state lasciate in ricordo nel Santuario, soprattutto le più singolari e stravaganti. Si trova poi, nel libro, una ottima Rassegna Stampa di tutto quello che è stato scritto sui mezzi di informazione locali e nazionali sulla festa agostana di San Rocco, a partire dal 1999 fino al 2005; quindi, una bellissima sezione fotografica che offre molte fotografie sui vari ex voto e sugli oggetti della devozione, sul Santuario, sulla fiera e sulla danza scherma, sulla erigenda Opera di San Rocco, sui vari rettori che si sono succeduti alla guida del Santuario, e la Notificazione di un vecchio resoconto della festa risalente al 1926. Un lavoro organico e completo, come non manca di sottolineare il prof. Gino Santoro, nella sua Presentazione, che fa nuova luce su una festa antichissima che ogni anno si rinnova e che non deve perdere il suo senso originario, deve resistere alle tentazioni revisioniste e commerciali che pure la insidiano dappresso, anche grazie allo sforzo degli operatori culturali impegnati sul campo, come Inguscio, che stimolano la nostra conoscenza, ricordandoci sempre il senso di una appartenenza comunitaria che non deve essere disperso, ma, anzi, deve essere continuamente alimentato. Il libro è stato presentato mercoledì 5 dicembre 2007, presso la Sala Riunioni S.Rocco, a Torrepaduli, dal prof. Gino Santoro, dal dott. Massimo Gravante, Presidente dei LIONS Club di Maglie e dal dott.Dario Massimiliano Vincenti, Presidente della Società di Storia Patria Sez. Maglie-Otranto-Tuglie, con un saluto del prof. Giovanni Maggio, Ass. alla Cultura del Comune di Ruffano, e del Rettore del Santuario, don Rocco Zocco, alla presenza di un folto pubblico che ha assistito attento alla serata, moderatore il giornalista Mauro Ciardo, della Gazzetta del Mezzogiorno. La festa di San Rocco di Torrepaduli  fa parte di quel patrimonio culturale collettivo del nostro popolo ed iniziative come il libro di Ermanno Inguscio servono a tramandarne la specificità e a conservarne la memoria.

Paolo Vincenti

Tratto da "www.Info-Salento.it"  dicembre 2007.

 
     
 
 
     
  Spigolature ruffanesi  
     
 

Sul fronte degli studi ruffanesi, dobbiamo segnalare, innanzitutto, alcune pregevoli plaquettes, recentemente date alle stampe dal più noto studioso ruffanese, Aldo de Bernart. Si tratta di alcun brevi saggi storici, che fanno parte della collana “Memorabilia”, stampati in una tiratura fuori commercio di n.99 copie. Fra le ultime, due, in particolare, ci sembra giusto menzionare. La prima è: Note sull’arte medica in Ruffano tra Cinque e Settecento (Tipografia Inguscio e De Vitis) in cui l’autore ricorda la figura di Altobello Grasso, medico ruffanese e capostipite di una generazione di medici in Ruffano fra il Cinque e il Settecento, autore di una pregevole opera di carattere tecnico, dedicata al gesuita leccese Padre Bernardino Realino, e il cui frontespizio viene riportato nell’opuscolo, insieme ad una immagine dell’Altare dell’Immacolata, con lo stemma della famiglia Grassi, che si trova nella settecentesca chiesa matrice di Ruffano.  Una citazione dal Foscolo ammonisce: “Spiar ne’ guardi medici speranza lusinghiera della beltà primiera”. La seconda plaquette è In margine al V Centenario –1507 = 2 aprile = 2007- della morte di San Francesco di Paola (Tip. Inguscio e De Vitis) in cui de Bernart si sofferma su un culto molto sentito in provincia di Lecce, quello di San Francesco di Paola, che a Ruffano viene ricordato da una statua lapidea che si trova in una nicchia sopra l’ingresso della cappelletta di San Francesco di Paola, sita nella piazza omonima. La statua, opera dello scultore Valerio Margoleo, del XVIII secolo, che oggi necessiterebbe di un appropriato restauro poichè ormai resa quasi irriconoscibile dall’incuria e dall’usura del tempo, viene ripresa in fotografia nell’ultima di copertina dell’opuscoletto in parola; sulla seconda di copertina, prima di una bella immagine su tela cerata  del Santo di Paola, copia del pittore calabrese Cesare Laruffa, del XX secolo, facente parte della collezione privata dell’autore, troviamo una massima latina, opera di Alessandro Laporta, che, nella traduzione di Aldo de Bernart, ci ricorda : “E’ vano senza memoria affrontare il mistero della santità: le parole antiche rivivono, le opere dimenticate splendono”. Non possiamo, a questo punto, non citare un altro piccolo contributo, realizzato da chi scrive,  proprio come omaggio al de Bernart, La figura e le opere di Aldo de Bernart – per il suo 82° compleanno-  (Tipografia Inguscio e De Vitis), un breve saggio che, dopo aver tracciato un profilo umano e professionale del Maestro, offre una sua accurata Bibliografia, dal 1952 al 2007. Ermanno Inguscio, anch’egli studioso ruffanese molto attivo, ha recentemente pubblicato Ville del Salento. Del dolce vivere all’aria aperta , un elegante volume edito da Capone (2006); inoltre,  un saggio storico, La questione demaniale a Castellaneta nel periodo francese,  sul numero monotematico de  “L’Idomeneo”, Rivista annuale della Società di Storia Patria Sez. di Lecce, intitolato “L’eversione della feudalità in Terra d’Otranto” (Edizioni Panico 2007) e il recentissimo  La pizzica scherma di Torrepaduli. San Rocco, la festa, il mito, il Santuario (Lupo Editore 2007), di cui ci riserviamo di dare nota più approfondita sul prossimo numero di Info-Salento.

Paolo Vincenti

Tratto da “Info-Salento”, ottobre 2007

 
     
 

Ruffano: Un presepe di terracotta

 
     
 

   E’ stato recentemente presentato a Ruffano l’ultimo libro di Gino Fiorito, “Un presepe di terracotta. Ruffano si racconta” (Grafiche Panico 2006). Gino Fiorito, nato nel 1930, insegnante in pensione, originario di Ruffano ma residente a Lecce, da anni si cimenta con la scrittura creativa. Autore di molte poesie (nel 1979 ha vinto il premio “Lecce europea”, promosso dal Movimento federalista europeo e nel 1994, il premio Auser, a Forlì, con la poesia “Lu vecchiu furese”), solo da alcuni anni ha iniziato a pubblicare le sue composizioni. Nel 2005, su iniziativa del Comune di Ruffano e della Cooperativa sociale onlus “Una mano per te”, ha pubblicato una raccolta di poesie in vernacolo, dal titolo “Lu cielu strazzatu”. Ora, pubblica questo volume, fuori commercio, sempre su iniziativa del Comune di Ruffano, guidato dal Sindaco Nicola Fiorito (lontano parente dell’autore) e della cooperativa sociale “Una mano per te”, presieduta da Laura De Vitis. Si tratta di alcuni profili di personaggi ruffanesi che hanno lasciato un segno nel passato recente della piccola comunità salentina, così come l’autore li ha visti e conosciuti.     Giovanni Invitto, nella prefazione dell’opera, dice che “il racconto di Gino Fiorito, leccese di adozione ma ruffanese nell’intimo dei propri affetti, è plasmato sul carattere dell’autore [….] Gino Fiorito non sceglie necessariamente i personaggi più illustri del paese natio, ma quelli che maggiormente colpirono la fantasia della sua infanzia ed adolescenza. Erano personaggi importanti e meno importanti, caratteristici e visibili, oppure discreti e nascosti, ma tutti scandivano le giornate di questo spazio umano, dagli anni Trenta in poi. Ognuno aveva un proprio posto nell’immaginario popolare e nella vita quotidiana di Ruffano”. Insieme ai personaggi di Gino Fiorito, troviamo poi “I culacchi tu’ Kiri”, a cura di Carmela Meraglia. Si tratta di una serie di gustosi aneddoti raccontati alla curatrice Meraglia dal padre, il Kiri,un curioso personaggio molto conosciuto a Ruffano per la sua giovialità e per le sue indubbie capacità affabulatorie  che colpivano la fantasia della figlia.  Una raccolta di credenze superstiziose e religiose, canti di guerra, tradizioni popolari che, come dice la Meraglia, “sono racconti di un tipo sveglio, autoritario quando era necessario, ma anche divertente e fantasioso: sapeva centinaia, migliaia di storielle, ed era un incanto ascoltarlo nelle sere d’inverno, davanti al focolare, quando intrecciava storie di eroi e principesse, oppure di contadini goliardici e burloni, storie che solo lui sapeva raccontare così”. Le traduzioni di questi “cunti te lu Kiri” sono state fatte dagli alunni delle classi 5° A , B e Unica Torrepaduli della Scuola Primaria di Ruffano, con l’ausilio delle loro insegnanti e della dirigente scolastica. Insomma, uno spaccato della storia recente di una comunità del Medio Salento, che può risultare gustosa sia per chi la ha vissuta, stimolato a rivisitare una parte del proprio passato, magari con nostalgia, e sia per chi non la ha vissuta, i giovani, che possono essere stimolati a conoscere di più della loro terra patria.

Paolo Vincenti

Tratto da "Città Magazine" 27 gennaio - 2 febbraio 2006.

 
     
 
 
 
     
  Pietro Marti da Ruffano  
     
 

Dalle pagine di NuovAlba, vorrei destare l’attenzione su un illustre ruffanese, la cui figura è stata troppo presto e troppo a lungo ingiustamente dimenticata: Pietro Marti. Mi si potrebbe obbiettare che una rivista di storia e cultura parabitana non sia  la sede adatta per dispiegare quel velo che è sceso sulla figura di questo grande personaggio ruffanese, vissuto a cavallo fra i due secoli Ottocento e Novecento. Ciò è vero. E’ però anche vero che preziosi collaboratori di NuovAlba, fin dagli inizi, sono due insigni studiosi salentini, entrambi legati, in vario modo, a Ruffano: Aldo de Bernart, decano degli storici salentini, massima gloria di Ruffano, sua patria d’elezione , e di Parabita, che gli ha dato i natali, e Alessandro Laporta, anch’egli  frequentatore  di lungo corso della città di  Ruffano,  anche in virtù del vincolo di parentela e di fraterna amicizia che lo lega al de Bernart. Ebbene, Aldo de Bernart, al quale  faccio i miei più sinceri auguri per i suoi ottant’anni, anche se con ritardo (è solo dallo scorso luglio che sono entrato, immeritatamente, a far parte della grande famiglia di Nuovalba), de Bernart, dicevo, da tempo immemorabile si è occupato di Antonio Bortone (Ruffano 1844-Lecce 1938), uno dei più grandi scultori salentini di tutti i tempi, con varie pubblicazioni, fra le quali un posto d’onore spetta ad  Antonio Bortone (Conte Editore), pubblicato dalla ProLoco di Ruffano, in occasione delle celebrazioni bortoniane, nel 1988, a cinquant’anni dalla morte del grande artista (questa pubblicazione è stata ricordata dall’Amministrazione Comunale Ruffanese lo scorso anno, in occasione del restauro e dell’apertura al pubblico della Domus Bortoniana, cioè l’antica casa in cui l’artista nacque, nel centro storico del paese). Alessandro Laporta si è occupato di Riccardo Menotti (Ruffano 1890-1971), altro illustre ruffanese, con una   Notizia di Menotti Riccardo scultore di Ruffano, contenuta in “Colloqui-150° Anniversario della nascita di Antonio Bortone 1844-1994”, a cura della ProLoco di Ruffano (Tip.Inguscio 1994). e dello stesso Bortone nel già citato Antonio Bortone, del 1988. Anche Pietro Marti si era occupato del Bortone in  Antonio Bortone e la sua opera, del 1931. Che dire poi di Carmelo Arnisi (Ruffano 1859-1909)? Oltre ad essere ricordato da Ermanno Inguscio nella sua opera  La civica amministrazione di Ruffano-Profilo storico (Congedo editore 1999), è stato pubblicato nel 2003, a cura della ProLoco ruffanese, Carmelo Arnisi – Un maestro poeta dell’Ottocento (Congedo Editore), un bellissimo volume con tre saggi, di Aldo de Bernart, Ermanno Inguscio e Luigi Scorrano, sulla vita e le opere del poeta ruffanese, fino ad allora quasi sconosciuto. Da un paio d’anni, è stato anche istituito a Ruffano un concorso poetico, con cadenza annuale, intestato a Carmelo Arnisi. Ma veniamo al nostro Pietro Marti. Nulla o poco più è stato pubblicato, in tutti questi anni, su questo grande intellettuale. Ne dà notizia ancora Ermanno Inguscio, nella già citata Civica Amministrazione. Pietro Marti (Ruffano 1863- Lecce 1933), nasce in una poverissima famiglia ruffanese, ma riesce tuttavia a studiare, tra mille sacrifici, ed a diplomarsi maestro elementare, attività che svolge a Ruffano, nei primi anni. Il Marti, bisogna dire, non aveva un carattere facile e non era abituato ai compromessi o alla piaggeria. Ben presto, i suoi rapporti con l’amministrazione comunale di Ruffano si fecero tesi ed egli, dopo ricorsi e sentenze del Consiglio di Stato, fu mandato ad insegnare a Comacchio. Oltre alle lettere, la sua grande passione è l’arte e l’amore per la sua terra che egli manifesta in vari modi, nella sua sfaccettata  e multiforme attività. Spirito libero ed autentico talento, brillante e poliedrico, si dà al giornalismo, fondando e dirigendo molte testate, fra le quali “La Voce del Salento”, “Arte e Storia”, “Il Corriere neretino”, ecc. Il nome di Marti è anche legato alla nascita ed alla diffusione del Futurismo pugliese.  Nel febbraio del 1909, infatti, veniva pubblicato sul prestigioso giornale francese “Le Figarò” il Manifesto del Futurismo, la corrente letteraria fondata da Filippo Tommaso Marinetti. Ebbene, sulla “Democrazia”, settimanale fondato e diretto da Pietro Marti, il 13 marzo 1909, vale a dire a meno di un mese di distanza dall’apparizione del manifesto  Le futurisme sul “Figaro”, veniva pubblicato il “Manifesto politico dei Futuristi”. Ancora una volta, dopo un periodo di parziale oblìo del futurismo leccese, nel 1930 ,  a smuovere le acque fu “La Voce del Salento”, nuovo settimanale fondato e diretto da Marti, con un articolo, a firma di un tale Modoni, fortemente critico nei confronti dell’arte futurista. Questo articolo innescò l’effetto contrario rispetto a quello desiderato dal suo autore; vi fu infatti una levata di scudi, da parte degli esponenti del futurismo, in difesa di questo movimento dalla carica fortemente rivoluzionaria. Lo stesso Marti, con lo pseudonimo di  Ellenio, pur chiamandosi fuori dalla rissa che si era scatenata, esprimeva forti perplessità sulla concezione futurista dell’arte. Ma quello che voglio sottolineare è il fatto che  Marti, da grande intellettuale aperto e illuminato, pur non in sintonia con le idee dei giovani futuristi, accettava di pubblicare qualsiasi intervento, sia aspro e critico, sia favorevole a quel gruppo di giovani artisti leccesi, che si chiamerà “Futurblocco”, capeggiato dall’allora poco più che adolescente Vittorio Bodini,nipote dello stesso Marti. Grandi sono anche i meriti di Marti nell’arte. Da vero talent scout, come si direbbe oggi, fece conoscere al grande pubblico molti giovani artisti salentini, con l’allestimento di Biennali d’arte a Lecce.Divenne ispettore onorario dei Monumenti e Scavi per la Provincia di Lecce e Direttore della Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini”. Oltre ad una biografia di Antonio Bortone, in cui Marti dimostra una grande ammirazione per lo scultore ruffanese nonché un grande amore, mai venuto meno, per la propria terra natale, l’autore scrisse diverse opere di carattere storico, artistico e letterario. In tutto, si conservano circa 40 opere presso la Biblioteca provinciale di Lecce, opere che aspettano di essere riportate alla luce e ripubblicate. Conversando con il prof.Ermanno Inguscio, qualche tempo fa, mi sembrò che lo stesso volesse prendere questo impegno ma, evidentemente, la sua attività di insegnante o altre ricerche in corso, glielo hanno, fino ad ora, impedito.Fra le opere del Marti, quella più meritoria di essere ricordata è sicuramente Origine e fortuna della Cultura salentina, tre libri in cui ricostruisce la vita intellettuale salentina dalle origini fino ai giorni nostri. Un’opera, questa, costatagli molti anni di paziente ricerca, agevolata sicuramente dal suo incarico di Direttore della Biblioteca provinciale, nella quale egli profuse grandissimo impegno e amore per la nostra nobile cultura che, seguendo le sue stesse parole, “ha portato, in ogni secolo, un contributo considerevole di forza alla storia del pensiero e della civiltà”. Per questo, egli recuperò ed esaminò tutti quei documenti “scampati alle devastazioni dei Saraceni, alla lima incessante degli anni, alla pirateria dei governanti ed alla ignoranza dei successivi abitatori”. Pietro Marti muore il 18 luglio 1933; a lui,  a Ruffano, è anche intitolata una via e il suo  nome,  grazie ad una  non più differibile riscoperta, speriamo possa andare ad aggiungersi, nelle pubblicazioni degli studiosi e nell’affetto popolare, a quello degli altri cittadini illustri che hanno fatto grande Ruffano.

Paolo Vincenti

Tratto da “NuovAlba” dicembre 2005

 
     
 

Osso Sottosso Sopraosso

 
     
 

   E’ stato recentemente ripubblicato “Osso sott’osso sopraosso- Storie di Santi e di coltelli –la danza scherma a Torrepaduli” di Annabella Miscuglio e Luigi Chiriatti, per le edizioni Kurumuni-libri, di proprietà dello stesso Chiriatti, con il patrocinio dell’Associazione E.De Martino-Salento e del Comune di Ruffano. Questa è una iniziativa editoriale un po’ insolita, come tutte quelle che riguardano Chiriatti, in quanto raccoglie una serie di interventi che abbracciano  un arco temporale molto ampio.L’iniziativa, come spiega Chiriatti nell’introduzione del libro, in cui ricorda con affetto la studiosa, nasce da un debito di amicizia nei confronti della Miscuglio, che aveva condiviso molte esperienze con l’autore e che è scomparsa nel 2003.Annabella Miscuglio, nata a Lecce nel 1939, scrittrice e documentarista, da sempre in prima linea sul fronte dell’impegno femminista, aveva iniziato realizzando vari cortometraggi sperimentali di ricerca su luce, forma e colore presentati in tutto il mondo.Numerose le sue collaborazioni con la TV pubblica (“Nel regno degli animali”, “Mi manda RaiTre”, Chi l’ha visto”, ecc.), aveva anche realizzato diversi programmi radiofonici e, come scrittrice, aveva pubblicato, fra gli altri, “PierPaolo Pasolini” (Filmstudio- Roma 1979), “Il ruolo dell’immagine femminile nel testo filmico”(Gulliver edizioni- 1980), “Veronique, ovvero come nasce uno scandalo nazionale” (Sperling e Kupfer- 1981), “La donna nel cinema comico italiano” (Dedalo libri- 1982), ecc.Vengono riproposti, nel libro, alcuni testi, a partire da “Torrepaduli la danza scherma- Storie di santi e di coltelli”, tratto da “Morso d’amore”, Capone editore, 1985, di Luigi Chiriatti. Poi “1996- Torrepaduli: l’ultima ronda”, tratto da “Pietre, Tricase, 1996”, di Luigi ed Anna Chiriatti; “Annabella e le parole”, di Nicolai Ciannamea; “Bari 1982” di Lucia Diroma e, a seguire, un “Ricordo di Annabella”, con la testimonianza di quanti, suoi amici e collaboratori, l’hanno conosciuta,amata ed apprezzata, come Dacia Maraini, Paola Grauso, Rina Durante, Giovanna Grassi, ecc.Infine, un profilo di Annabella Miscuglio, con l’indice completo delle sue opere cinematografiche, radiofoniche e documentaristiche e le sue pubblicazioni. Al libro è allegato anche un CD, con le immagini del documentario “Morso d’amore”, girato appunto a Torrepaduli, da Chiriatti e Miscuglio, nei primi anni Ottanta.

Paolo Vincenti

Tratto da "Il tacco d'Italia" gennaio 2005.

 
     
 
 
     
 

“L’antica Parrocchiale di Ruffano” di Vincenzo Vetruccio

 
     
 

   Lo studioso ruffanese Vincenzo Vetruccio, già apprezzato per il suo precedente lavoro, “La Chiesa di San Sebastiano in Ruffano” (2002-Congedo Editore), da alle stampe questa nuova opera “L’antica Parrocchiale di Ruffano”, anch’essa edita da Congedo, per la prestigiosissima  collana “Biblioteca di Cultura Pugliese”, fondata da Michele Paone e diretta da  Mario Congedo. Un lavoro articolato ed affascinante, che si addentra nei meandri della vecchia chiesa parrocchiale di Ruffano, dimenticata dai più, riscoprendo particolari artistici dell’antico tempio, ma offrendo anche uno spaccato sociale della comunità ruffanese del tempo. Nel passaggio dal rito greco al rito latino, si avvertì l’esigenza di sostituire la vecchia parrocchiale, ormai troppo piccola ed indecorosa, con una nuova chiesa. I lavori di ricostruzione vennero affidati ai fratelli Margoleo di Martano, dalla famiglia Grassi di Ruffano, e, nel 1706, si diede inizio ai lavori, grazie alle offerte dei cittadini e degli ecclesiastici. Nonostante gli immancabili inconvenienti, la chiesa venne terminata nel 1711, come attesta Mons.De Rossi, vescovo di Ugento, in una sua visita a Ruffano, avvenuta quell’anno, e, nel 1712, cominciarono a celebrarsi le funzioni. La Chiesa si presentava molto imponente all’esterno, ma scarna e disadorna al suo interno: ecco, allora, che iniziò la costruzione degli altari, delle sculture e delle pitture, fra le quali si stagliano, per suprema bellezza, le tele di Saverio Lillo, illustre pittore ruffanese del ‘700.  Nel 1716, fu costruita la sacrestia e, nel 1725, la torre dell’orologio.Ma l’incuria e soprattutto l’azione delle acque piovane che si sono infiltrate nel corso degli anni nel fabbricato della chiesa, alimentando l’umido e producendo sgradevoli esalazioni, ha  reso inevitabile  ed improcrastinabile un ulteriore massiccio intervento di restauro e recupero della chiesa parrocchiale ed ha portato agli imponenti lavori, iniziati nel 2002 e ora terminati, che hanno quasi rivoluzionato la chiesa, riportando alla luce il vecchio cimitero ipogeo e quello di superficie preesistente all’antico edificio sacro. L’autore documenta fedelmente, nel suo libro,  tutti gli interventi eseguiti nei lavori di ristrutturazione che, insieme agli architetti e alle maestranze, ha egli stesso amorevolmente seguito, passo dopo passo, fino alla realizzazione finale.Il volume di Vetruccio si presenta come la continuazione dell’altro volume “Ruffano, una chiesa  un centro storico”, a cura di A.De Bernart e M. Cazzato, edito nel 1990 da Congedo. “E’ in queste pagine sofferte di Enzo Vetruccio”, come dice proprio De Bernart nell’introduzione dell’opera, “la storia antica di Ruffano; è in queste pagine la storia di Ruffano di ieri, matrice di quella di oggi”.

Paolo Vincenti

Tratto da "Il tacco d'Italia" dicembre 2004.

 
     
 
 
 
     
     
  LA STATUA DI SAN FRANCESCO DI  PAOLA A RUFFANO  
     
 

Sarà bene il caso di ricordare che la statua di San Francesco di Paola, che campeggia al centro della nostra bella piazza ruffanese, dedicata proprio a questo santo, compie 300 anni. Ebbene si. Come ci ricorda con solerzia  Aldo de Bernart, quella statua venne costruita all’inizio del Settecento, per la precisione nel 1711, quando, giunta la venerazione di San Francesco di Paola nel Salento e anche a Ruffano, venne costruita la chiesetta intitolata al Santo , per volere dell’allora arciprete don Antonio d’Alessandro, nello stesso periodo in cui era anche in costruzione la Chiesa Madre intitolata alla Beata Maria Vergine. Aldo de Bernart, pochi anni fa, ha ricordato in un suo opuscoletto auto distribuito, la figura del Santo di Paola e la chiesetta in parola che, nell’Ottocento, divenne l’oratorio privato di Mons. Francesco D’Urso, Vescovo di Ugento dal 1825 al 1826. Questa chiesetta e la statua, opere di Valerio Margoleo, sono oggi di proprietà della famiglia Pizzolante- Leuzzi, ma  versano purtroppo in uno stato di profonda incuria  e richiederebbero  un urgente restauro, come lo stesso de Bernart da più tempo denuncia. Anche perché la statua lapidea di San Francesco di Paola, come si può capire, ha per il nostro paese un valore devozionale e  storico se è vero che a questa è stata intitolata la piazza, che alcuni ruffanesi ritengono superficialmente sia intitolata  al più noto  San Francesco D’Assisi. Trecento anni, dunque, per uno dei manufatti artistici che compongono il patrimonio culturale della nostra Ruffano e per una testimonianza importante della nostra storia.

PAOLO VINCENTI

 
     
     
     
  FRANCESCA TRANE.   UNA BIBLIOTECA A RUFFANO  
     
 

Che la trasmissione del sapere, nel passato più che oggi, fosse affidata alla circolazione dei libri è fatto noto. Che i libri, patrimonio dell’umanità, potessero circolare non solo nei centri di potere, attraverso le grandi biblioteche “ufficiali” italiane ed estere, ma anche nelle periferie, attraverso biblioteche più piccole e meno significative, ma non per questo meno preziose,  è fatto anch’esso  noto ,ma che non smette di destare la nostra meraviglia quando gli esperti  riportino alla luce alcuni patrimoni librari di proprietà privata di cui mai si sarebbe sospettata l’esistenza. E’ quanto ha fatto la studiosa ruffanese Francesca Trane che, sia per passione che per professione, da anni va compulsando questi fondi librari contribuendo così, col suo paziente lavoro, ad una migliore e più approfondita  conoscenza sia della quantità che della qualità della consistenza del  patrimonio librario presente nella nostra Terra d’Otranto. Ad uno sguardo superficiale,  si potrebbe pensare che sia  più che ingrato il lavoro di chi  ha a che fare con oggetti del passato, museificati dallo scorrere impietoso del tempo e da lunga incuria, e voglia ridestarli a nuova attenzione, un po’ come il medico inesperto che voglia rianimare un cadavere. In realtà, il lavoro di questi operatori  culturali è più che prezioso perché si occupa di materia viva, in quanto  una libreria del passato,  se opportunamente “letta”, può parlare a noi oggi, dicendoci tanto delle dinamiche storiche di un paese  e di una società che hanno visto alterne fortune nel perenne e ciclico scorrere del tempo. Francesca Trane,  dopo essersi occupata del fondo librario residuo del Monastero dei Cappuccini di Ruffano ( “La Biblioteca dei Cappuccini di Ruffano-Profilo storico e catalogo”, Congedo Editore, 1993), ha dato alle stampe Una biblioteca tra Cinque e Ottocento. La “D’Urso-Frisullo” di Ruffano (Secc.XVI-XIX), Congedo Editore, 2010, per la collana “Biblioteca di Cultura Pugliese”, diretta dallo stesso Mario Congedo. In copertina, compare un bellissimo Frontespizio del Decreto del S.R.C. in favore di Ruffano, pubblicato a Lecce presso gli eredi Pietro Micheli nel 1693, in una versione colorata d’epoca appartenente a collezione privata.  Venendo al contenuto  dell’opera, si tratta di una raccolta libraria di 512 volumi che abbracciano un arco temporale che va dal XVI al XIX secolo, come spiega il titolo, e che viene scrupolosamente analizzata dall’autrice del libro di cui qui si dà notizia. Questo fondo librario, di 234 opere, comprende 5 cinquecentine, 16 secentine, 142 settecentine e 70 titoli pubblicati nell’Ottocento. Molto curiosa la storia del rinvenimento di questo vero e proprio patrimonio, che viene spiegata dalla stessa autrice. Questo corpus librario infatti giaceva sotto un cumulo di polvere, preda dell’oblio,  in un’ala riposta della bella casa gentilizia della famiglia Frisullo, nel centro di Ruffano. Il proprietario della casa, sig. Giovanni Frisullo, molto noto a Ruffano, anche per essere stato in passato Sindaco del paese, sapeva dell’esistenza di questo fondo librario ma le contingenze della vita lo avevano sempre portato a differire il momento di una inevitabile quanto necessaria riconsiderazione dello stesso, cosa poi avvenuta in occasione di alcuni lavori di ristrutturazione dell’immobile. A quel punto, grande è stata la sorpresa da parte del sig. Frisullo nel constatare la cospicuità della mole del materiale cartaceo posseduto  e l’integrità nella quale esso si era conservato per tanti e tanti anni. Alla sorpresa del sig. Frisullo, si aggiungeva la curiosità dell’autrice Francesca Trane, alla quale Frisullo, conoscendone la competenza archivistica e libraria, prontamente si era rivolto per chiedere una perizia tecnica in merito a quel giacimento culturale d’antan depositato nei recessi del suo palazzo. E la perizia tecnica della Trane è diventata questo libro che noi abbiamo sotto mano, patrocinato dall’Amministrazione Comunale di Ruffano,che ha totalmente finanziato l’opera,  illuminato da una dotta prefazione del prof. Gino Pisanò , impreziosito da un’ottima stampa dovuta ai torchi della benemerita casa editrice  galatinese Congedo e presentato alla cittadinanza ruffanese in una serata di qualche mese fa, presso la Sala Teatro dell’Istituto Comprensivo ruffanese, alla presenza degli addetti ai lavori e delle autorità, come una prassi ormai consolidata richiede in queste circostanze.  Dopo la sua Introduzione, l’autrice traccia un profilo storico della biblioteca in esame e scopriamo così  che  “il repertorio del nostro fondo librario presenta un carattere polisemico molto vicino, in definitiva, a quello della biblioteca canonica nella tipologia della libraria borghese, quale si è configurata tra Sei e Settecento”. Si trovano infatti opere di contenuto prettamente teologico-devozionale, accanto ad opere di carattere scientifico, filosofico, letterario, i classici greci e latini, opere di carattere storico e giuridico, che testimoniano gli interessi dei vari proprietari della libraria nel corso dei secoli. In particolare, nell’ambito della famiglia D’urso, della quale la Trane si occupa nel capitolo”Cronotassi famigliare” , vi furono  soprattutto religiosi e notai. Si profila, dallo studio di queste carte, il ritratto a tinte chiaroscure di una famiglia, quella dei D’urso, protagonista indiscussa del contesto sociale, economico, laico ed ecclesiastico del XVIII Secolo a Ruffano. Di questa famiglia emerge, su tutti, un nome, quello di Mons. Francesco Saverio D’Urso,Vescovo di Ugento (dal 1824 al 1826), inquieto personaggio, sospettato di idee liberali,  il quale, pur essendo lontano dai clamori della capitale, si teneva comunque informato e  anzi partecipava attivamente ai fermenti che in quel tempo si vivevano. Al Vescovo D’Urso vanno aggiunti in una speciale menzione almeno Pietro D’Urso (1832-1896), avvocato e primo Sindaco della città di Ruffano, e Pomponio D’Urso (1821-1887), anch’egli Sindaco di Ruffano per diversi anni. L’autrice ci presenta quindi il “Catalogo” delle opere, in cui i 512 volumi vengono divisi per secolo di edizione e disposti in ordine alfabetico di autore o titolo. Ci sembra, attraverso l’inventariazione e la catalogazione  di questi tomi, di entrare in questa casa salentina della buona borghesia dell’epoca e di avere uno spaccato dell’esistenza, non solo del ceto intellettuale e possidente, soprattutto dell’ Ottocento, ma anche,  per esteso, dell’intera comunità ruffanese che poi era simile, più o meno, in tutte queste municipalità minori che costituivano il reticolato sociale dell’antica terra dei nostri padri.  Tanto più che la Trane poi ci porta proprio “all’interno di una casa salentina”  allorquando,  dopo il catalogo del materiale cartaceo, recensisce, in una ulteriore sezione del libro, tutte le suppellettili, i quadri, i tavolini e i preziosi monili, insomma i beni mobili contenuti in quel palazzotto signorile. Questo ,  grazie ad un manoscritto ingiallito ritrovato anch’esso insieme ai libri del corpus trattato, che presenta un inventario analitico di tutti i beni mobili presenti nella casa insieme a 679 libri, situati nelle scanzie degli stigli o sui comodini accanto ai letti, di cui viene riportato il nome dell’autore, il titolo dell’opera e il costo. E le ultime pagine del libro sono quindi dedicate alla riproposizione di tutti questi arredi che erano presenti nel bel palazzo sito in quella che oggi è Piazza San Francesco Di Paola, così chiamata per la cappelletta  e la statua del santo che, situate accanto al Palazzo in questione, furono costruite nel 1711  da Valerio Margoleo per volontà dell’allora arciprete di Ruffano  don Antonio D’Alessandro; e proprio questa cappelleta, oggi appartenente ad altri proprietari, divenne nell’Ottocento l’oratorio privato del paolotto Mons. D’Urso di cui abbiamo detto sopra.  Come scrive Gino Pisanò, nella Prefazione, “La storia delle biblioteche è semiologia, sociologia, filologia. Soprattutto quando più oscuro è il segno e quanto minore il suo tratteggio. Anche lì si annida l’uomo fra gli uomini del suo tempo e dell’ora (per lui) quotidiana. La quale si  relazionava a quella più luminosa e universa della Civiltà epocale, che sarebbe rimasta immateriale senza il documento, nello specifico, il libro, i libri, le biblioteche…. Francesca Trane interroga questa piccola biblioteca e ottiene chiare e convincenti risposte: è lo spirito del tempo, lo Zeitgeist che parla in queste pagine, quello della Storia moderna compresa, nel nostro caso, fra il XVI e il XIX secolo, nel senso che si proietta nei primi decenni dell’Età contemporanea”.  Una nota di merito va anche all’attuale possessore di questo fondo librario, il quale ha accettato di buon grado l’operazione svolta dalla Trane e anzi se ne è fatto propulsore presso l’ente comunale, fatto questo non scontato, se è vero che ancora molti archivi o biblioteche private in provincia di Lecce rimangono inaccessibili  -  versando, ciò che è peggio, in uno stato di miserevole incuria -, per la diffidenza dei legittimi proprietari nel mettere a disposizione della collettività un bene storico da costoro posseduto a volte in maniera anche parassitaria  (come dire, “per grazia ricevuta”). Così, in seguito  alla sensibilità del proprietario e  all’acribia della studiosa Trane, Ruffano può tornare in possesso di un suo piccolo “tesoro” librario, sia pure residuale rispetto a quello che doveva essere ab origine, ma comunque significativo delle vicende del passato di un piccolo municipio salentino.

PAOLO VINCENTI
in “Il Paese Nuovo”, 17 maggio 2011

 
     
     
 

IL RISORGIMENTO A RUFFANO E TORREPADULI

 

Il Risorgimento nella periferia del Mezzogiorno. Ruffano e Torrepaduli dalla rivoluzione giacobina all’Unità (1799-1861), per la collana “Cultura e Storia” della Società di Storia Patria – Sez. di Lecce, è l’ultima fatica dello studioso Ermanno Inguscio (Edipan 2011). Dedicato al “maggiore pilota Michele Cargnoni, comandante degli ‘Otto Angeli Azzurri’ dell’84° S.A.R. Aereo Aereonautica Militare Italiana”, il libro vanta una Prefazione del professor Mario Spedicato, Presidente della S.S.P.- Lecce nonché docente di Storia Moderna presso l’Università degli Studi del Salento, e una Postfazione dello studioso ruffanese  Aldo de Bernart, decano degli storici salentini, maestro e donno del Nostro.  Nell’anno delle celebrazioni per l’unità d’Italia, che ormai volge al termine, quindi,  un ulteriore tassello, nel grande mosaico della conoscenza storica del Risorgimento  locale, che tanti studiosi  hanno contribuito a comporre. In effetti, mai come quest’anno le vicende politico-amministrative che interessarono Terra D’Otranto durante gli anni dell’unificazione sono state lumeggiate e mai c’è stata messe più foriera di nuovi spunti e stimoli di dibattito e ricerca storica nell’ambito degli studi salentini, della copiosa produzione editoriale di questo anno del Signore 2011. Il volume che qui si presenta va in questa direzione, vale a dire cerca di far luce su fatti e personaggi minori del periodo risorgimentale, nello specifico dei due paesi Ruffano e Torrepaduli, nella ormai consolidata e condivisa consapevolezza che la microstoria sia intrecciata indissolubilmente alla macrostoria, nel tessuto connettivo della nostra storia nazionale. Dopo la Prefazione di Spedicato, nel libro compare una Premessa dell’autore e quindi il corpus della narrazione storica, suffragata da documenti d’archivio, nella compulsazione dei quali Inguscio è un esperto, come dimostrano i suoi numerosi precedenti lavori editoriali,  tutti mirati alla conoscenza storica e all’approfondimento delle principali tematiche sociali, economiche, politiche e culturali che hanno interessato le nostre comunità d’appartenenza nei secoli andati. Il libro di Ermanno Inguscio ci dimostra ancora una volta che il Risorgimento italiano non fu fatto solo dai grandi nomi che abbiamo imparato a conoscere sui libri di scuola , ma anche dal contributo  di tanti e tanti uomini e donne i cui nomi sono meno noti, conosciuti solo a livello locale o, a volte, del tutto ignorati, ma che hanno partecipato fattivamente, spesso dando la propria vita, alla causa nazionale. Così anche nell’ambito degli studi storici di Terra D’Otranto, ai nomi tanto celebrati di Sigismondo Castromediano, Liborio Romano, Antonietta De Pace, Giuseppe Libertini,  e via dicendo, dovremmo aggiungere quelli dei tanti  sconosciuti eroi che, in ogni piccola o grande municipalità della nostra provincia di Lecce, si spesero per la giusta causa e sui quali nomi, libri come questo che abbiamo tra le mani, fanno luce, meritoriamente. Patrioti come Giuseppe Marti, Antonio Leuzzi, Francesco Villani, Vito Santo, Vincenzo Marchetti, Samuele Gaetani, Raffaele Viva a Ruffano, e Delfino Caretta, Piacentino Occhiazzo, don Antonio De Giorgi a Torrepaduli,  vengono messi in risalto in questa pubblicazione,  e tornano a parlarci della storia della nostra comunità che anch’essi hanno contribuito ad edificare, con la loro idea forte di patria unita, di nazione. Questo libro potrebbe costituire il prequel, come si direbbe con un termine tratto dal linguaggio televisivo delle fiction,  dell’altro libro di Inguscio, “La civica amministrazione di Ruffano. Profilo storico 1861-1999” (Congedo Editore, 1999), nel senso che approfondisce il periodo storico immediatamente precedente a quello trattato in quel libro. Ciò offre una visione d’insieme sulla storia ruffanese degli ultimi due secoli Ottocento e Novecento. Nella sua Premessa, Inguscio spiega quali sono le fonti (tantissime) da lui consultate per la redazione di questo volume e quali anche le difficoltà incontrate nel percorso di studio a causa della mancata reperibilità di alcuni documenti  fondamentali. Nella Prima Parte (“Il 1799 tra rivoluzione e restaurazione”), Inguscio si occupa dei riflessi della Repubblica Partenopea del 1799 in Terra D’Otranto, nello specifico con riferimento alle “Università” di Ruffano e Torrepaduli, e ci parla delle mortalità e natalità nel nuovo stato civile di Ruffano e Torrepaduli (che, all’epoca era aggregata a Supersano). Nella Seconda Parte ( “Decennio francese, Nonimestre, Società segrete”), si occupa delle riforme che avvennero in Terra d’Otranto dalla Rivoluzione Partenopea all’eversione della feudalità (1799-1806), sempre con specifico riferimento al nostro comune, quindi dell’istituzione delle Conclusioni Decurionali di Ruffano e della nascita delle società segrete. Passa poi ad occuparsi dei demani, dei catasti e del contenzioso amministrativo nel comune di Torrepaduli in età murattiana (1806-1808), della carboneria torrese di Antonio De Giorgi, con la “vendita” di Torrepaduli nell’ex Convento dei Carmelitani , e delle vicende amministrative che interessarono Ruffano durante quegli anni davvero “caldi” per il nostro Paese. Si fanno i nomi di diversi settari  ruffanesi, con il movimento carbonaro  nell’ex Convento dei Cappuccini.  Nella Terza Parte (“ ll 1848. Fermenti e sommosse”), Inguscio si occupa del periodo che va dal 1830 al 1840, con il propagarsi delle idee mazziniane in Terra D’otranto, focalizzando le figure di alcuni liberali ruffanesi fra i quali in primis il patriota Raffaele Viva. Con L’Unificazione, e siamo nella Quinta Parte del libro, anche a Ruffano e Torrepaduli  si tiene un Plebiscito per  l’Unità, con ben 877 “si” all’Italia unita. Una parte dello studio è riservata ai mercati e fiere, fra cui la Fiera di San Marco a Ruffano e l’altrettanto nota e antica Fiera di San Rocco a Torrepaduli. Nel biennio decisivo per l’Unità d’Italia (1859-1861), viene approfondito il fenomeno del legittimismo reazionario, in particolare con lo scontro, a Torrepaduli, fra le figure dell’arciprete Caracciolo e del Sindaco D’Urso. In effetti furono molte le manifestazioni filo borboniche nel nostro comune e disordini, in quegli anni agitati, se ne registrarono in tutto il Salento , con processi politici che interessarono anche il Circondario di Ruffano. E con le Conclusioni, termina il libro che riporta  una serie di fotografie dei più importanti monumenti, palazzi e strade di Ruffano.  Dopo la Postfazione di Aldo de Bernart, in “Appendice” vengono riportati: una tavola sinottica delle cose più notevoli in età preunitaria (fatti, luoghi e nomi) di cui si è parlato nel libro,  e l’intero elenco degli 877 elettori del plebiscito del 21 ottobre 1860 a Ruffano e Torrepaduli.  Lascio che a chiudere questo pezzo siano le significative parole dell’autore stesso: “Nell’anno delle mille celebrazioni, giustamente programmate nella Penisola, in occasione del 150° dell’Unità D’Italia, nel pieno fiorire nel contesto globale della realtà dell’Europa Unita, è parso utile dotare il lettore di una minuscola tessera di riappropriazione storica d’identità, di due piccole comunità.. che, con l’umile contributo dei propri antenati (patrioti, liberali, legittimisti e diffidenti), hanno contribuito al raggiungimento di un’unica patria, dove ciascuno sia protagonista della propria esistenza e della ricerca collettiva del bene.”

 

PAOLO VINCENTI
Pubblicato in “Il Paese Nuovo”, 14 ottobre 2011

 
     

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