Foto Giovanni Gnoni
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Brevi notizie storiche di Aldo de Bernart

 
     
 

Solo per ricordare, di Aldo de Bernart (Tipografia Inguscio e De Vitis, Ruffano), è una piccola plaquette che raccoglie una serie di contributi sparsi, scritti con la acribia e la grande preparazione alle quali ci ha da una vita abituato questo ottuagenario studioso, esperto di storia patria e cultura salentine. Questa plaquette, stampata fuori commercio in un numero limitato di copie (149), fa parte della collana “Memorabilia” nella quale, da qualche anno a questa parte, il professor de Bernart raccoglie una serie di piacevoli e sempre interessanti chicche, spigolature su avvenimenti di storia locale o su personaggi minori se non minimi e dimenticati del nostro Salento, tranche de vie che sanno sempre catturare la nostra attenzione. Lavoro pregevole, questo, svolto disinteressatamente, con la sola passione della ricerca e dell’approfondimento, che il de Bernart mette a disposizione di tutti coloro che amano il nostro Salento o sono interessati a scoprire aspetti inediti della storia di Terra d’Otranto. Il primo contributo è “Nel settantesimo anniversario della morte di Antonio Bortone. 1938-2008”, che riprende un analogo scritto apparso qualche anno fa su NuovAlba, rivista di storia e cultura parabitana di cui de Bernart è assiduo collaboratore. Questo scritto ci fa ricordare la figura di un grande artista salentino del passato, Antonio Bortone da Ruffano, il “mago salentino dello scalpello”, come a de Bernart, primo biografo dell’illustre scultore, piace definirlo. Sulla prima di copertina del volumetto, compare una foto di Santa Maria di Sombrino, del XIII secolo, in Supersano, e sull’ultima, la casa natale di Antonio Bortone, del 1595, in Ruffano. Il secondo contributo è “Angoscia di padre”, un vecchissimo scritto apparso sulla rivista leccese “La Zagaglia”, n.15, 1962. Il terzo contributo che è presente in questa raccolta è “La Madonna del Latte-nella chiesa Mater Domini a Ruffano”, che riprende un analogo scritto, “L’antica chiesa di Mater Domini a Ruffano”, pubblicato (sempre nella collana in parola) per conto del Comune di Ruffano, qualche tempo fa, in occasione della inaugurazione del Bosco Occhiazzi, parco naturalistico sito sulla splendida collina della Serra ruffanese. E della deliziosa collinetta, su cui insiste la cappelletta di Mater Domini, Cosimo De Giorgi scrisse anche nei suoi “Bozzetti di viaggio”, come riporta de Bernart, che ricorda anche i versi di Carmelo Arnisi, delicato poeta ruffanese vissuto fra Ottocento e Novecento, dedicati al dolce declivio della Serra e quelli di Leonardo Mascello, un poeta di passaggio da Ruffano nei primi del Novecento, sempre dedicati alla amena collinetta che i ruffanesi conoscono come “Santa Maria della Serra”. “C’era una volta Torre Suda” è una piccola nota dedicata da de Bernart al poeta ruffanese Nello Borrelli, autore del libro omonimo. L’altro contributo è “Il fantasma di una baronessa”, un ritratto del palazzo baronale di Tuglie e di Isabella Castriota Scanderbeg, che in quella dimora patrizia visse nel Settecento: si tratta di una rielaborazione della relazione che de Bernart tenne in occasione della presentazione, qualche mese fa, in Tuglie, del libro di Ortensio Seclì Tuglie, la storia le storie (Il Laboratorio 2007), e che era stata pubblicata sul numero di dicembre 2007 del giornale dell’amministrazione comunale tugliese  Paese. L’altro contributo è “Gli antichi riti pasquali – Il sepolcro della Chiesa degli Alcantarini di Parabita –“, che riprende un vecchio scritto pubblicato dal professor de Bernart sulla rivista NuovAlba.  L’ultimo contributo, inedito, è “La tela della Crocifissione di Saverio Lillo nella chiesa parrocchiale di Ruffano”, che fa luce su questa poco nota tela, recentemente restaurata, del settecentesco pittore ruffanese, autore di tutte le tele che adornano la chiesa matrice di Ruffano “Beata M.Vergine”. Solo per ricordare,  quindi, ai ruffanesi, ai parabitani e a tutti i salentini, l’inestimabile patrimonio culturale di cui noi siamo depositari; ed anche attraverso questo “memento” al quale ci invitano le opere di de Bernart, capiamo che, citando una massima ideata da Alessandro Laporta per una precedente plaquette dell’ottuagenario parente ( Iconografia di San Luigi Gonzaga in Ruffano, 2007), “verba remota vigent oblita gesta nitent”, ossia “le parole antiche rivivono, le opere dimenticate risplendono”.

Paolo Vincenti

Tratto da " www.Info-Salento.it"  giugno 2008

 
     
  “La Pizzica Scherma di Torrepaduli” di Ermanno Inguscio  
     
 

   La pizzica scherma  è la principale attrazione della festa di San Rocco di Torrepaduli, frazione di Ruffano. Nella magica notte agostana della danza delle spade, infatti, la piccola frazione diventa il centro del mondo per migliaia e migliaia di visitatori e turisti che, fra il 15 ed il 16 agosto, si riversano nelle affollate contrade di questo paesino del medio Salento. Per l’occasione, Torrepaduli diventa via vai di commercianti, che alla secolare fiera di San Rocco espongono i loro prodotti,  di fedeli, che si recano nel Santuario torrese per pregare davanti alla statua del Santo di Montpellier, ed  incrocio di culture e scambio vitale e prezioso di pareri, idee, esperienze che si confrontano, in questi tre giorni, nel segno del protettore degli appestati, Rocco, il santo spadaccino. Nella notte dei tamburelli e dei coltelli, girano nelle danze i destini degli uomini e delle donne che ballano al centro della piazza, sotto lo sguardo vigile del Santo, il quale, ogni anno, benedice questa festa, che rende Torrepaduli un punto di riferimento nell’ambito del folklore e delle tradizioni popolari salentine, sia per gli amanti del nostro territorio che per gli studiosi. I ricercatori, infatti, hanno sempre qualcosa da scoprire su questo culto e su questa danza antica e misteriosa che ancora non ha svelato del tutto il suo fascino segreto ma continua ad ammaliare con un sibilo lungo che difficilmente le nuove tecnologie offerte dalla modernità massificante e la omologazione culturale di questi ultimi anni riusciranno a spegnere. Fra gli studiosi più attenti, vi è Ermanno Inguscio, il quale all’ombra del Santuario torrese è nato e cresciuto e al fenomeno della danza delle spade ha dedicato diversi libri, come quest’ultimo: La pizzica scherma di Torrepaduli. San Rocco: la festa, il mito, il santuario, edito da Lupo (2007). Questo libro,patrocinato dal Comune di Ruffano,  con una Prefazione di Gino Santoro, docente di Storia del Teatro presso l’Università di Lecce, compendia  tutti gli studi compiuti da Inguscio su San Rocco di Torrepaduli e ne offre forse la prova migliore. Dopo una Premessa dell’autore, il libro, patrocinato anche dalla “Associazione San Rocco Italia” di Sarmato (Pc) e dal “Comitato Internazionale Scientifico per gli Studi su San Rocco e la Storia Medievale” di Voghera (Pv), di cui lo stesso Inguscio è membro,  consta di un primo capitolo, dedicato alla “Pizzica scherma, evento di Torrepaduli”; un secondo capitolo, dedicato a “San Rocco, il culto, il santuario e il pellegrinaggio”; un terzo, molto corposo, capitolo, incentrato su “La Chiesa-Santuario di Torrepaduli: di alcune figure di rettori tra Ottocento e Novecento”; un quarto capitolo su “La festa e la fiera di San Rocco”; un quinto capitolo su “Pizzica, ronde e tamburelli: storia di danza e di coltelli”; e poi, offre una interessante Appendice in cui viene ripercorsa la storia dell’ “Opera di San Rocco” e viene compulsata  la Biblioteca domestica di Rocco Monsellato, vecchio rettore del Santuario, che si compone di una cinquecentina, varie seicentine, settecentine  e volumi del XIX secolo e del XX secolo; inoltre, si prende in esame il “Libro delle presenze” del Santuario di Torrepaduli, che ha visto sempre negli anni una affluenza massiccia di visitatori da ogni dove, con le varie dediche che sono state lasciate in ricordo nel Santuario, soprattutto le più singolari e stravaganti. Si trova poi, nel libro, una ottima Rassegna Stampa di tutto quello che è stato scritto sui mezzi di informazione locali e nazionali sulla festa agostana di San Rocco, a partire dal 1999 fino al 2005; quindi, una bellissima sezione fotografica che offre molte fotografie sui vari ex voto e sugli oggetti della devozione, sul Santuario, sulla fiera e sulla danza scherma, sulla erigenda Opera di San Rocco, sui vari rettori che si sono succeduti alla guida del Santuario, e la Notificazione di un vecchio resoconto della festa risalente al 1926. Un lavoro organico e completo, come non manca di sottolineare il prof. Gino Santoro, nella sua Presentazione, che fa nuova luce su una festa antichissima che ogni anno si rinnova e che non deve perdere il suo senso originario, deve resistere alle tentazioni revisioniste e commerciali che pure la insidiano dappresso, anche grazie allo sforzo degli operatori culturali impegnati sul campo, come Inguscio, che stimolano la nostra conoscenza, ricordandoci sempre il senso di una appartenenza comunitaria che non deve essere disperso, ma, anzi, deve essere continuamente alimentato. Il libro è stato presentato mercoledì 5 dicembre 2007, presso la Sala Riunioni S.Rocco, a Torrepaduli, dal prof. Gino Santoro, dal dott. Massimo Gravante, Presidente dei LIONS Club di Maglie e dal dott.Dario Massimiliano Vincenti, Presidente della Società di Storia Patria Sez. Maglie-Otranto-Tuglie, con un saluto del prof. Giovanni Maggio, Ass. alla Cultura del Comune di Ruffano, e del Rettore del Santuario, don Rocco Zocco, alla presenza di un folto pubblico che ha assistito attento alla serata, moderatore il giornalista Mauro Ciardo, della Gazzetta del Mezzogiorno. La festa di San Rocco di Torrepaduli  fa parte di quel patrimonio culturale collettivo del nostro popolo ed iniziative come il libro di Ermanno Inguscio servono a tramandarne la specificità e a conservarne la memoria.

Paolo Vincenti

Tratto da "www.Info-Salento.it"  dicembre 2007.

 
     
 
 
     
  Spigolature ruffanesi  
     
 

Sul fronte degli studi ruffanesi, dobbiamo segnalare, innanzitutto, alcune pregevoli plaquettes, recentemente date alle stampe dal più noto studioso ruffanese, Aldo de Bernart. Si tratta di alcun brevi saggi storici, che fanno parte della collana “Memorabilia”, stampati in una tiratura fuori commercio di n.99 copie. Fra le ultime, due, in particolare, ci sembra giusto menzionare. La prima è: Note sull’arte medica in Ruffano tra Cinque e Settecento (Tipografia Inguscio e De Vitis) in cui l’autore ricorda la figura di Altobello Grasso, medico ruffanese e capostipite di una generazione di medici in Ruffano fra il Cinque e il Settecento, autore di una pregevole opera di carattere tecnico, dedicata al gesuita leccese Padre Bernardino Realino, e il cui frontespizio viene riportato nell’opuscolo, insieme ad una immagine dell’Altare dell’Immacolata, con lo stemma della famiglia Grassi, che si trova nella settecentesca chiesa matrice di Ruffano.  Una citazione dal Foscolo ammonisce: “Spiar ne’ guardi medici speranza lusinghiera della beltà primiera”. La seconda plaquette è In margine al V Centenario –1507 = 2 aprile = 2007- della morte di San Francesco di Paola (Tip. Inguscio e De Vitis) in cui de Bernart si sofferma su un culto molto sentito in provincia di Lecce, quello di San Francesco di Paola, che a Ruffano viene ricordato da una statua lapidea che si trova in una nicchia sopra l’ingresso della cappelletta di San Francesco di Paola, sita nella piazza omonima. La statua, opera dello scultore Valerio Margoleo, del XVIII secolo, che oggi necessiterebbe di un appropriato restauro poichè ormai resa quasi irriconoscibile dall’incuria e dall’usura del tempo, viene ripresa in fotografia nell’ultima di copertina dell’opuscoletto in parola; sulla seconda di copertina, prima di una bella immagine su tela cerata  del Santo di Paola, copia del pittore calabrese Cesare Laruffa, del XX secolo, facente parte della collezione privata dell’autore, troviamo una massima latina, opera di Alessandro Laporta, che, nella traduzione di Aldo de Bernart, ci ricorda : “E’ vano senza memoria affrontare il mistero della santità: le parole antiche rivivono, le opere dimenticate splendono”. Non possiamo, a questo punto, non citare un altro piccolo contributo, realizzato da chi scrive,  proprio come omaggio al de Bernart, La figura e le opere di Aldo de Bernart – per il suo 82° compleanno-  (Tipografia Inguscio e De Vitis), un breve saggio che, dopo aver tracciato un profilo umano e professionale del Maestro, offre una sua accurata Bibliografia, dal 1952 al 2007. Ermanno Inguscio, anch’egli studioso ruffanese molto attivo, ha recentemente pubblicato Ville del Salento. Del dolce vivere all’aria aperta , un elegante volume edito da Capone (2006); inoltre,  un saggio storico, La questione demaniale a Castellaneta nel periodo francese,  sul numero monotematico de  “L’Idomeneo”, Rivista annuale della Società di Storia Patria Sez. di Lecce, intitolato “L’eversione della feudalità in Terra d’Otranto” (Edizioni Panico 2007) e il recentissimo  La pizzica scherma di Torrepaduli. San Rocco, la festa, il mito, il Santuario (Lupo Editore 2007), di cui ci riserviamo di dare nota più approfondita sul prossimo numero di Info-Salento.

Paolo Vincenti

Tratto da “Info-Salento”, ottobre 2007

 
     
 

Ruffano: Un presepe di terracotta

 
     
 

   E’ stato recentemente presentato a Ruffano l’ultimo libro di Gino Fiorito, “Un presepe di terracotta. Ruffano si racconta” (Grafiche Panico 2006). Gino Fiorito, nato nel 1930, insegnante in pensione, originario di Ruffano ma residente a Lecce, da anni si cimenta con la scrittura creativa. Autore di molte poesie (nel 1979 ha vinto il premio “Lecce europea”, promosso dal Movimento federalista europeo e nel 1994, il premio Auser, a Forlì, con la poesia “Lu vecchiu furese”), solo da alcuni anni ha iniziato a pubblicare le sue composizioni. Nel 2005, su iniziativa del Comune di Ruffano e della Cooperativa sociale onlus “Una mano per te”, ha pubblicato una raccolta di poesie in vernacolo, dal titolo “Lu cielu strazzatu”. Ora, pubblica questo volume, fuori commercio, sempre su iniziativa del Comune di Ruffano, guidato dal Sindaco Nicola Fiorito (lontano parente dell’autore) e della cooperativa sociale “Una mano per te”, presieduta da Laura De Vitis. Si tratta di alcuni profili di personaggi ruffanesi che hanno lasciato un segno nel passato recente della piccola comunità salentina, così come l’autore li ha visti e conosciuti.     Giovanni Invitto, nella prefazione dell’opera, dice che “il racconto di Gino Fiorito, leccese di adozione ma ruffanese nell’intimo dei propri affetti, è plasmato sul carattere dell’autore [….] Gino Fiorito non sceglie necessariamente i personaggi più illustri del paese natio, ma quelli che maggiormente colpirono la fantasia della sua infanzia ed adolescenza. Erano personaggi importanti e meno importanti, caratteristici e visibili, oppure discreti e nascosti, ma tutti scandivano le giornate di questo spazio umano, dagli anni Trenta in poi. Ognuno aveva un proprio posto nell’immaginario popolare e nella vita quotidiana di Ruffano”. Insieme ai personaggi di Gino Fiorito, troviamo poi “I culacchi tu’ Kiri”, a cura di Carmela Meraglia. Si tratta di una serie di gustosi aneddoti raccontati alla curatrice Meraglia dal padre, il Kiri,un curioso personaggio molto conosciuto a Ruffano per la sua giovialità e per le sue indubbie capacità affabulatorie  che colpivano la fantasia della figlia.  Una raccolta di credenze superstiziose e religiose, canti di guerra, tradizioni popolari che, come dice la Meraglia, “sono racconti di un tipo sveglio, autoritario quando era necessario, ma anche divertente e fantasioso: sapeva centinaia, migliaia di storielle, ed era un incanto ascoltarlo nelle sere d’inverno, davanti al focolare, quando intrecciava storie di eroi e principesse, oppure di contadini goliardici e burloni, storie che solo lui sapeva raccontare così”. Le traduzioni di questi “cunti te lu Kiri” sono state fatte dagli alunni delle classi 5° A , B e Unica Torrepaduli della Scuola Primaria di Ruffano, con l’ausilio delle loro insegnanti e della dirigente scolastica. Insomma, uno spaccato della storia recente di una comunità del Medio Salento, che può risultare gustosa sia per chi la ha vissuta, stimolato a rivisitare una parte del proprio passato, magari con nostalgia, e sia per chi non la ha vissuta, i giovani, che possono essere stimolati a conoscere di più della loro terra patria.

Paolo Vincenti

Tratto da "Città Magazine" 27 gennaio - 2 febbraio 2006.

 
     
 
 
 
     
  Pietro Marti da Ruffano  
     
 

Dalle pagine di NuovAlba, vorrei destare l’attenzione su un illustre ruffanese, la cui figura è stata troppo presto e troppo a lungo ingiustamente dimenticata: Pietro Marti. Mi si potrebbe obbiettare che una rivista di storia e cultura parabitana non sia  la sede adatta per dispiegare quel velo che è sceso sulla figura di questo grande personaggio ruffanese, vissuto a cavallo fra i due secoli Ottocento e Novecento. Ciò è vero. E’ però anche vero che preziosi collaboratori di NuovAlba, fin dagli inizi, sono due insigni studiosi salentini, entrambi legati, in vario modo, a Ruffano: Aldo de Bernart, decano degli storici salentini, massima gloria di Ruffano, sua patria d’elezione , e di Parabita, che gli ha dato i natali, e Alessandro Laporta, anch’egli  frequentatore  di lungo corso della città di  Ruffano,  anche in virtù del vincolo di parentela e di fraterna amicizia che lo lega al de Bernart. Ebbene, Aldo de Bernart, al quale  faccio i miei più sinceri auguri per i suoi ottant’anni, anche se con ritardo (è solo dallo scorso luglio che sono entrato, immeritatamente, a far parte della grande famiglia di Nuovalba), de Bernart, dicevo, da tempo immemorabile si è occupato di Antonio Bortone (Ruffano 1844-Lecce 1938), uno dei più grandi scultori salentini di tutti i tempi, con varie pubblicazioni, fra le quali un posto d’onore spetta ad  Antonio Bortone (Conte Editore), pubblicato dalla ProLoco di Ruffano, in occasione delle celebrazioni bortoniane, nel 1988, a cinquant’anni dalla morte del grande artista (questa pubblicazione è stata ricordata dall’Amministrazione Comunale Ruffanese lo scorso anno, in occasione del restauro e dell’apertura al pubblico della Domus Bortoniana, cioè l’antica casa in cui l’artista nacque, nel centro storico del paese). Alessandro Laporta si è occupato di Riccardo Menotti (Ruffano 1890-1971), altro illustre ruffanese, con una   Notizia di Menotti Riccardo scultore di Ruffano, contenuta in “Colloqui-150° Anniversario della nascita di Antonio Bortone 1844-1994”, a cura della ProLoco di Ruffano (Tip.Inguscio 1994). e dello stesso Bortone nel già citato Antonio Bortone, del 1988. Anche Pietro Marti si era occupato del Bortone in  Antonio Bortone e la sua opera, del 1931. Che dire poi di Carmelo Arnisi (Ruffano 1859-1909)? Oltre ad essere ricordato da Ermanno Inguscio nella sua opera  La civica amministrazione di Ruffano-Profilo storico (Congedo editore 1999), è stato pubblicato nel 2003, a cura della ProLoco ruffanese, Carmelo Arnisi – Un maestro poeta dell’Ottocento (Congedo Editore), un bellissimo volume con tre saggi, di Aldo de Bernart, Ermanno Inguscio e Luigi Scorrano, sulla vita e le opere del poeta ruffanese, fino ad allora quasi sconosciuto. Da un paio d’anni, è stato anche istituito a Ruffano un concorso poetico, con cadenza annuale, intestato a Carmelo Arnisi. Ma veniamo al nostro Pietro Marti. Nulla o poco più è stato pubblicato, in tutti questi anni, su questo grande intellettuale. Ne dà notizia ancora Ermanno Inguscio, nella già citata Civica Amministrazione. Pietro Marti (Ruffano 1863- Lecce 1933), nasce in una poverissima famiglia ruffanese, ma riesce tuttavia a studiare, tra mille sacrifici, ed a diplomarsi maestro elementare, attività che svolge a Ruffano, nei primi anni. Il Marti, bisogna dire, non aveva un carattere facile e non era abituato ai compromessi o alla piaggeria. Ben presto, i suoi rapporti con l’amministrazione comunale di Ruffano si fecero tesi ed egli, dopo ricorsi e sentenze del Consiglio di Stato, fu mandato ad insegnare a Comacchio. Oltre alle lettere, la sua grande passione è l’arte e l’amore per la sua terra che egli manifesta in vari modi, nella sua sfaccettata  e multiforme attività. Spirito libero ed autentico talento, brillante e poliedrico, si dà al giornalismo, fondando e dirigendo molte testate, fra le quali “La Voce del Salento”, “Arte e Storia”, “Il Corriere neretino”, ecc. Il nome di Marti è anche legato alla nascita ed alla diffusione del Futurismo pugliese.  Nel febbraio del 1909, infatti, veniva pubblicato sul prestigioso giornale francese “Le Figarò” il Manifesto del Futurismo, la corrente letteraria fondata da Filippo Tommaso Marinetti. Ebbene, sulla “Democrazia”, settimanale fondato e diretto da Pietro Marti, il 13 marzo 1909, vale a dire a meno di un mese di distanza dall’apparizione del manifesto  Le futurisme sul “Figaro”, veniva pubblicato il “Manifesto politico dei Futuristi”. Ancora una volta, dopo un periodo di parziale oblìo del futurismo leccese, nel 1930 ,  a smuovere le acque fu “La Voce del Salento”, nuovo settimanale fondato e diretto da Marti, con un articolo, a firma di un tale Modoni, fortemente critico nei confronti dell’arte futurista. Questo articolo innescò l’effetto contrario rispetto a quello desiderato dal suo autore; vi fu infatti una levata di scudi, da parte degli esponenti del futurismo, in difesa di questo movimento dalla carica fortemente rivoluzionaria. Lo stesso Marti, con lo pseudonimo di  Ellenio, pur chiamandosi fuori dalla rissa che si era scatenata, esprimeva forti perplessità sulla concezione futurista dell’arte. Ma quello che voglio sottolineare è il fatto che  Marti, da grande intellettuale aperto e illuminato, pur non in sintonia con le idee dei giovani futuristi, accettava di pubblicare qualsiasi intervento, sia aspro e critico, sia favorevole a quel gruppo di giovani artisti leccesi, che si chiamerà “Futurblocco”, capeggiato dall’allora poco più che adolescente Vittorio Bodini,nipote dello stesso Marti. Grandi sono anche i meriti di Marti nell’arte. Da vero talent scout, come si direbbe oggi, fece conoscere al grande pubblico molti giovani artisti salentini, con l’allestimento di Biennali d’arte a Lecce.Divenne ispettore onorario dei Monumenti e Scavi per la Provincia di Lecce e Direttore della Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini”. Oltre ad una biografia di Antonio Bortone, in cui Marti dimostra una grande ammirazione per lo scultore ruffanese nonché un grande amore, mai venuto meno, per la propria terra natale, l’autore scrisse diverse opere di carattere storico, artistico e letterario. In tutto, si conservano circa 40 opere presso la Biblioteca provinciale di Lecce, opere che aspettano di essere riportate alla luce e ripubblicate. Conversando con il prof.Ermanno Inguscio, qualche tempo fa, mi sembrò che lo stesso volesse prendere questo impegno ma, evidentemente, la sua attività di insegnante o altre ricerche in corso, glielo hanno, fino ad ora, impedito.Fra le opere del Marti, quella più meritoria di essere ricordata è sicuramente Origine e fortuna della Cultura salentina, tre libri in cui ricostruisce la vita intellettuale salentina dalle origini fino ai giorni nostri. Un’opera, questa, costatagli molti anni di paziente ricerca, agevolata sicuramente dal suo incarico di Direttore della Biblioteca provinciale, nella quale egli profuse grandissimo impegno e amore per la nostra nobile cultura che, seguendo le sue stesse parole, “ha portato, in ogni secolo, un contributo considerevole di forza alla storia del pensiero e della civiltà”. Per questo, egli recuperò ed esaminò tutti quei documenti “scampati alle devastazioni dei Saraceni, alla lima incessante degli anni, alla pirateria dei governanti ed alla ignoranza dei successivi abitatori”. Pietro Marti muore il 18 luglio 1933; a lui,  a Ruffano, è anche intitolata una via e il suo  nome,  grazie ad una  non più differibile riscoperta, speriamo possa andare ad aggiungersi, nelle pubblicazioni degli studiosi e nell’affetto popolare, a quello degli altri cittadini illustri che hanno fatto grande Ruffano.

Paolo Vincenti

Tratto da “NuovAlba” dicembre 2005

 
     
 

Osso Sottosso Sopraosso

 
     
 

   E’ stato recentemente ripubblicato “Osso sott’osso sopraosso- Storie di Santi e di coltelli –la danza scherma a Torrepaduli” di Annabella Miscuglio e Luigi Chiriatti, per le edizioni Kurumuni-libri, di proprietà dello stesso Chiriatti, con il patrocinio dell’Associazione E.De Martino-Salento e del Comune di Ruffano. Questa è una iniziativa editoriale un po’ insolita, come tutte quelle che riguardano Chiriatti, in quanto raccoglie una serie di interventi che abbracciano  un arco temporale molto ampio.L’iniziativa, come spiega Chiriatti nell’introduzione del libro, in cui ricorda con affetto la studiosa, nasce da un debito di amicizia nei confronti della Miscuglio, che aveva condiviso molte esperienze con l’autore e che è scomparsa nel 2003.Annabella Miscuglio, nata a Lecce nel 1939, scrittrice e documentarista, da sempre in prima linea sul fronte dell’impegno femminista, aveva iniziato realizzando vari cortometraggi sperimentali di ricerca su luce, forma e colore presentati in tutto il mondo.Numerose le sue collaborazioni con la TV pubblica (“Nel regno degli animali”, “Mi manda RaiTre”, Chi l’ha visto”, ecc.), aveva anche realizzato diversi programmi radiofonici e, come scrittrice, aveva pubblicato, fra gli altri, “PierPaolo Pasolini” (Filmstudio- Roma 1979), “Il ruolo dell’immagine femminile nel testo filmico”(Gulliver edizioni- 1980), “Veronique, ovvero come nasce uno scandalo nazionale” (Sperling e Kupfer- 1981), “La donna nel cinema comico italiano” (Dedalo libri- 1982), ecc.Vengono riproposti, nel libro, alcuni testi, a partire da “Torrepaduli la danza scherma- Storie di santi e di coltelli”, tratto da “Morso d’amore”, Capone editore, 1985, di Luigi Chiriatti. Poi “1996- Torrepaduli: l’ultima ronda”, tratto da “Pietre, Tricase, 1996”, di Luigi ed Anna Chiriatti; “Annabella e le parole”, di Nicolai Ciannamea; “Bari 1982” di Lucia Diroma e, a seguire, un “Ricordo di Annabella”, con la testimonianza di quanti, suoi amici e collaboratori, l’hanno conosciuta,amata ed apprezzata, come Dacia Maraini, Paola Grauso, Rina Durante, Giovanna Grassi, ecc.Infine, un profilo di Annabella Miscuglio, con l’indice completo delle sue opere cinematografiche, radiofoniche e documentaristiche e le sue pubblicazioni. Al libro è allegato anche un CD, con le immagini del documentario “Morso d’amore”, girato appunto a Torrepaduli, da Chiriatti e Miscuglio, nei primi anni Ottanta.

Paolo Vincenti

Tratto da "Il tacco d'Italia" gennaio 2005.

 
     
 
 
     
 

“L’antica Parrocchiale di Ruffano” di Vincenzo Vetruccio

 
     
 

   Lo studioso ruffanese Vincenzo Vetruccio, già apprezzato per il suo precedente lavoro, “La Chiesa di San Sebastiano in Ruffano” (2002-Congedo Editore), da alle stampe questa nuova opera “L’antica Parrocchiale di Ruffano”, anch’essa edita da Congedo, per la prestigiosissima  collana “Biblioteca di Cultura Pugliese”, fondata da Michele Paone e diretta da  Mario Congedo. Un lavoro articolato ed affascinante, che si addentra nei meandri della vecchia chiesa parrocchiale di Ruffano, dimenticata dai più, riscoprendo particolari artistici dell’antico tempio, ma offrendo anche uno spaccato sociale della comunità ruffanese del tempo. Nel passaggio dal rito greco al rito latino, si avvertì l’esigenza di sostituire la vecchia parrocchiale, ormai troppo piccola ed indecorosa, con una nuova chiesa. I lavori di ricostruzione vennero affidati ai fratelli Margoleo di Martano, dalla famiglia Grassi di Ruffano, e, nel 1706, si diede inizio ai lavori, grazie alle offerte dei cittadini e degli ecclesiastici. Nonostante gli immancabili inconvenienti, la chiesa venne terminata nel 1711, come attesta Mons.De Rossi, vescovo di Ugento, in una sua visita a Ruffano, avvenuta quell’anno, e, nel 1712, cominciarono a celebrarsi le funzioni. La Chiesa si presentava molto imponente all’esterno, ma scarna e disadorna al suo interno: ecco, allora, che iniziò la costruzione degli altari, delle sculture e delle pitture, fra le quali si stagliano, per suprema bellezza, le tele di Saverio Lillo, illustre pittore ruffanese del ‘700.  Nel 1716, fu costruita la sacrestia e, nel 1725, la torre dell’orologio.Ma l’incuria e soprattutto l’azione delle acque piovane che si sono infiltrate nel corso degli anni nel fabbricato della chiesa, alimentando l’umido e producendo sgradevoli esalazioni, ha  reso inevitabile  ed improcrastinabile un ulteriore massiccio intervento di restauro e recupero della chiesa parrocchiale ed ha portato agli imponenti lavori, iniziati nel 2002 e ora terminati, che hanno quasi rivoluzionato la chiesa, riportando alla luce il vecchio cimitero ipogeo e quello di superficie preesistente all’antico edificio sacro. L’autore documenta fedelmente, nel suo libro,  tutti gli interventi eseguiti nei lavori di ristrutturazione che, insieme agli architetti e alle maestranze, ha egli stesso amorevolmente seguito, passo dopo passo, fino alla realizzazione finale.Il volume di Vetruccio si presenta come la continuazione dell’altro volume “Ruffano, una chiesa  un centro storico”, a cura di A.De Bernart e M. Cazzato, edito nel 1990 da Congedo. “E’ in queste pagine sofferte di Enzo Vetruccio”, come dice proprio De Bernart nell’introduzione dell’opera, “la storia antica di Ruffano; è in queste pagine la storia di Ruffano di ieri, matrice di quella di oggi”.

Paolo Vincenti

Tratto da "Il tacco d'Italia" dicembre 2004.

 
     
 
 
 
     
     

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