Il Castello  
     
 

    Edificato nel 1626 dai Brancaccio, nobile e potente famiglia napoletana, nella persona di D. Rinaldo, regio avvocato fiscale di Terra d'Otranto, che aveva acquistato il feudo di Ruffano dal barone Francesco Filomarino per 50.500 ducati, sorge al posto di una "Rocca" medievale sul punto più alto della "Terra".
    Privo di apparato di difesa, presenta piuttosto le forme di un grande palazzo baronale costruito secondo i canoni architettonici di fastosa dimora. E tale fu per i Brancaccio che vi dimorarono, da D. Rinaldo a D. Oronzio. Il primo, che lo fece edificare facendosi immortalare in una statua lapidea a firma di Angelo Ricciardo (M. ANGELO RICCIARDO/ DI LECCE SCOLPIVA/ 1654), e l'ultimo, che lo vide venduto all'asta ad istanza dei creditori.
    Ma la sua ora di splendore il castello l'ha vissuta sotto il principe Carlo Brancaccio, nipote di D. Rinaldo e figlio di D. Ferrante (quest'ultimo aveva ottenuto il titolo di principe di Ruffano con diploma del 31 agosto 1644).
    Carlo Brancaccio, tanto inviso ai ruffanesi che lo hanno circondato di fantasiose leggende, a volte condite di magia, quanto amato e ricercato dal Ghota della nobiltà salentina che nel castello si dava convegno, ha lasciato di sè l'impronta della personalità e lo smalto della nobiltà in opere che ancora abbelliscono il centro storico. Si pensi alla "Loggia Brancaccio" che unisce il castello alla chiesa parrocchiale, con arcate un tempo tempestate di conchiglie incastonate negli infradossi; si guardi oggi a quel salotto che è "Piazza del Popolo", erede diretta di quella piazza che questo principe tanto estroso nelle opere d'arte quanto rovinoso nelle proprie fortune volle a testimonianza di un fasto e di una grandeur che lo accompagnarono dal 1645, quando successe al padre suo, fino al 1680, quando carico di debiti, il 24 di settembre, a 60 anni, calò nella tomba nel convento dei Cappuccini di Ruffano, per avere un'idea di quanto il centro storico di Ruffano debba a questo suo malinteso principe, che nell'anno della sua morte e nello stesso convento dei Cappuccini di Ruffano, aveva sepolto, pure all'età di 60 anni, la sua nobile consorte D. Teresa d'Amore, quartogenita del marchese di Ugento D. Pietro Giacomo.
    I suoi figli, Ferrante (+1683) e Oronzio (+1689), a causa della loro morte prematura non fecero in tempo a risanare il deficit paterno, nè vi riuscì il curatore dell'eredità, D. Carlo Scacciavento, talché il feudo passò in mano a Francesco d'Amore (cugino di Oronzio Brancaccio), marchese di Ugento, che il 14 novembre 1695 ottenne pure il titolo di principe di Ruffano con diploma sottoscritto in Madrid da Carlo II di Spagna.
    Finiva così il dominio dei Brancaccio sul feudo nobile di Ruffano, che comprendeva anche Cardigliano e Torrepaduli, ma ai discendenti della potente famiglia restava il titolo prestigioso di "Principi di Ruffano" che si legge su alcune lastre tombali della Cappella dei Brancaccio (Chiesa di S. Angelo a Nilo) in Napoli.
    Nella cappella napoletana, oltre agli altri Brancaccio, sono ricordati il IX principe di Ruffano (IN MEMORIA DI NICOLA MARIA III BRANCACCIO, IX PRINCIPE DI RUFFANO, MARCHESE DI RIVELLO E DI S. RAFFAELE, BARONE DI SORBO E DI SERPICO, GENERALE AIUTANTE DI CAMPO DI FRANCESCO II, RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE, E SUO MAGGIORDOMO MAGGIORE, SPIRATO NEL REAL PALAZZO FARNESE IN ROMA E SEPOLTO IN ROMA NELLA CHIESA NAZIONALE DI S. SPIRITO DEI NAPOLETANI / 1805-1863), e la sua consorte ( QUI GIACE AMALIA DE GYSIN CONSORTE DEL IX PRINCIPE DI RUFFANO, NATA E MORTA IN NAPOLI / 1815-1872); il X principe di Ruffano (QUI GIACE GERARDO III BRANCACCIO, X PRINCIPE DI RUFFANO, MARCHESE DI RIVELLO E DI S. RAFFAELE, BARONE DI SORBO E DI SERPICO, SINDACO DELLA CITTÀ DI NAPOLI NEGLI ANNI 1887 E 1888.- / 1837-1914), e la sua consorte (IN MEMORIA DI ANTONIETTA DEI CONTI DE JOVIN DES FAYERES, CONSORTE DEL X PRINCIPE DI RUFFANO, NATA IN NAPOLI E SPIRATA A SILVAPLANA IN SVIZZERA / 1844-1874); l'XI principe di Ruffano (IN MEMORIA DI NICOLA MARIA IV BRANCACCIO, XI PRINCIPE DI RUFFANO, MARCHESE DI RI VELLO E DI S. RAFFAELE, BARONE DI SORBO E DI SERPICO, GENERALE AIUTANTE DI CAMPO DI VITTORIO EMANUELE III RE D'ITALIA, DIRETTORE DELLA SUA BIBLIOTECA E GABINETTO DELLE MEDAGLIE, SPIRATO NEL REAL PALAZZO DI TORINO E IN TORINO SEPOLTO / 1864-1930)(4).
    La famiglia Brancaccio, oltre ad alti prelati e uomini d'arme (i cardinali Rinaldo (+1427), Francesco Maria e Stefano -zio e nipote-; Tommaso -vescovo di Nardo-; i generali Tiberio -Preside di Terra d'Otranto dal 1639 al 1641- e Lelio), annovera anche una santa, come si legge in una tela attribuita a Massimo Stanzine (S. CANDIDA JUNIOR EX FAMILIA BRANCACIA NEAP. MAURITIO IMPERATORE SANCTITATE FLORUIT A.D. CCCCLXXXVI).
    Ma neppure Francesco d'Amore avrà il tempo di rimettere in sesto il feudo di Ruffano dopo la débàcle dei Brancaccio, perchè lo sfortunato principe calerà nella tomba a soli 35 anni lasciando vedova per la seconda volta Anna Maria Basurto dei duchi di Racale, che in prime nozze aveva sposato Giuseppe d'Amore, cugino di Francesco.
    Nel feudo subentra il secondogenito Antonio, essendo morto il primogenito Domenico all'età di 18 anni, che sposa Grazia Maria Nico di Galatina con la quale procrea Domenico (che alla morte del padre diverrà principe di Ruffano) e Francesco.
    Alla morte del principe Antonio viene redatto, in data 16 agosto 1732 per notar Pomponio D'Urso di Ruffano, l' "Inventarium ereditatis quondam don Antonij d'Amore principis Ruffiani", in presenza di D. Grazia Maria Nico di Galatina principessa di Ruffano, vedova del principe Antonio d'Amore, tutrice, balia e curatrice prò tempore di D. Domenico d'Amore erede universale e particolare di D. Antonio.
    Dall'inventario, che qui di seguito si riporta, risultano i beni mobili e le scorte del castello all'epoca del trapasso da D. Antonio a D. Domenico d'Amore: "Nella sala del Palazzo si è ritrovato li seguenti mobili videlicet: in primis sette quadri di Re vecchi, tre cascie bianche vecchie, una boffetta doppia per riporto usata, ed un'altra vecchia. Nell'antisala di detto palazzo: due boffette di noce foderate d'ebbano; due quadri grandi coll'effiggi di Moisè con le cornici indorate intagliate, un altro do S. Giuseppe con la cornice dell'istessa maniera, un altro dell'angelo custode con la cornice indorata, un altro di Giuseppe ebreo con la cornice ne­gra indorata, un altro mezzano vecchio lacero. Nella camera del riposto vicino a detta anticamera seu antesala: un candeliere d'ottone a piramide con cinque pizzi ed un altro d'ottone con sei pizzi, ed un altro d'ottone per uso di candela piccolo, ed un altro di rame. Tre zerbettere di stagno di Fiandra, cioè due piccole ed una grande, tre sedie vecchie. Nella prima camera delli quattro camerini di detto palazzo dove risiede il signor D. Giuseppe d'A­more: due schioppette a grillo con fiorami d'ottone, due specchi grandi con cornici nere d'ebbano, uno scrittorio d'ebbano negro schietto; un quadro grande coli'effiggie di S. Gennaro con cornice indorata intagliata; un altro con l'effiggie della Vergine con cornice indorata; due altri mezzani coli'effiggie di storie con cornice negra con alli quattro pontoni fogliami indorati; un altro mezzano con l'effiggie di Giesù Bambino con cornice indorata liscia; due altri piccoli con fiorami e cornice liscia indorata. Una sedia mezzana recamata con guarnittione d'ottone. Nella seconda camera di detti camerini: quattro quadri mezzani con figure d'istorie e cornici negre, ed alli quattro pontoni fogliami indorati; due specchi grandi con cornici intagliate indorate; un'altra sedia grande guarnita con fiamme d'ottone; un portiero a fibbia turchesco. Nella terza camera di detti camerini tre sedie due grandi ed una mezzana. Una boffetta piccola di noce usata. Nella quarta camera di detti camerini una boffetta di noce colli teraturi usata, ed una sedia grande. Nella camera della secreteria: una boffetta grande di noce foderata d'ebbano con specchio grande d'ebbano. Una lettera d'ape to con due mate razzi usati, una coverta di bambace a fiocchi usata; due mante una cardata e l'altra rustica. Due quadri uno con l'effiggie dell'Annunciata con cornice intagliata indorata e l'altro con l'effiggie di S. Lucia. Nella seconda camera di detta Secreteria uno scrittoio di noce vecchio, tre baulli vecchi con una cantinetta, un quadro piccolo con l'effiggie dell'Augustissimo Imperatore Regnante (che Dio guardi), un altro con l'effiggie del quondam Principe D. Francesco, una statua di legno di Bambino colla lettera di noce indorata, due scanzie di libri grandi ed una piccola con scritture della casa e libri maggiori vecchi. Tre ferri di portieri e cinque sedie d'appoggio vecchie. Nella prima camera del quarto dove risiede la signora Principessa Madre: tre specchi con cornici d'ebbano negre; tre quadri di fiori con cornice indorata piccoli; due altri mezzani uno con l'effiggie di Giesù Bambino e l'altro di S. Giuseppe con cornici indorate; un altro quadro grande con l'effigge di Giesù Cristo con cornice intagliata d'oro. Una lettera d'apeto usata con due matarazzi usati. Nella seconda camera di detto quarto cinque sedie grandi di raccamo usate. Nell'altra camera di detto quarto un cortinaggio, una cortina gialla raccamata d'armosino ondato colla sua coverta. Nella sala del quarto vecchio uno stipone grande d'apeto. Nell'anticamera di detto quarto un Cantarano di noce con maniglie d'ottone usato; un quadro grande con l'adorazione de Maggi e di Giesù e Maria con cornice intagliata indorata, un altro mezzano con l'effiggie dell'Ecce Homo con cornice negra usato, due altri grandi con fiorami senza cornice e dui altri mezzani con fiorami con cornice negra e fogliami indorati alli quattro pontoni, un altro piccolo con la te­sta di S. Giovanni con cornice a color di tartaruca ed alli quattro pontoni indorati. Tridici quadri piccoli con paesi con cornice di tartaruca colli pontoni indorati. Una boffetta di noce con bacchette di ferro, ed uno scrinoro d'ebbano piccolo di quattro tiraturi sopra detta boffetta. Un'altra mezzana con tiraturi foderata d'ebbano con uno scritto rio piccolo sopra a quattro tiraturi con diverse figure; un'altra quadra di noce piccola, tre sedie d'appoggio di damasco turchino con chiodoni d'ottone vecchie; una lettera d'apeto vecchia usata con matarazzo usato; un'antiporta di vitriate. Nella prima camera di detto quarto una boffetta di noce foderata d'ebbano con le bacchette di ferro con due statuetta sopra una di S. Francesco d'Assisi e l'altra di S. Antonio. Un quadro grande di S. Domenico con cornice a tartaruca e alli quattro pontoni fogliami indorati; un altro mezzano con l'effiggie di Ecceomo con cornice negra; due altri mezzani uno con l'effiggie de II'Immaculata e l'altro di S. Oronzio con cornice di tartaruca e li quattro pontoni indorati; un altro mezzano con l'effiggie del Crocifisso, un altro con l'effiggie di S. Carlo con cornice negra, un altro grande con l'effiggie della morte di S. Giuseppe con cornice negra con fogliami indorati, un altro piccolo con l'effiggie di S. Francesco di Paula con cornice negra, in detta sta un altro piccolo di S. Francesco di Paula, otto altri piccoli con cornici negre con l'effiggie di diversi santi e sante. Un baullo a modo di cassa usato vacante; quattro sedie di paglia e una d'appoggio vecchia, un altro baullo vacuo, una lettera con due tristelli di ferro; due mate razzi pieni di lana. Nella terza camera di detto quarto vecchio una lettera con tristelli di ferro con due matarazzi pieni di lana. Nella prima camera di detta sala vecchia dove presentemente si è la cucina: una conca di rame mezzana, due buzzonetti ed unafersura usati; un colebrodo di rame, un mortaro ed un pesaturo di ottone seu bronzo. Nell'altra camera vicino a detta cucina due materazzi uno bianco e l'altro ricato vecchi; due sedie d'appoggio vecchie; una travacca senza tavole e senza colonne, dui squadri e ferri di cortina, dui fèrri di sporviero. Nella prima camera del quarto nuovo delle moline una boffetta di noce grande foderata d'ebbano. Uno scrigno grande foderato debbano usato, un altro di noce piccolo, una connula per figlioli indorata. Nella seconda camera di detto quarto tre boffette grandi di noce foderato d'ebbano e due altre piccole. Uno specchio grande colla cornice d'ebbano negro. Una giamerga di scarlato usata. Un'altra di velluto a color oliva concia usata. Un bove ed una bacca di pelo marino, uno cavallo morello stellato. Quali suddetti beni mobili, vestiti, cortinaggi, portieri, quadri, ed altro ut supra descritti stanno riposti dentro le suddette camere, baulli, guarda robbe, e scrittori ut supra descritti" (5).
    Il castello resterà in mano ai d'Amore fino al 1753 quando l'il di aprile lo acquisterà, col feudo, sub hasta per 122.500 ducati D. Matteo Ferrante, luogotenente della Regia Camera della Somma­ria, che otterrà il titolo di marchese di Ruffano.
A D. Matteo successe il figlio Nicola, giudice della Gran Corte della Vicaria, amministratore oculato quanto uomo di spiccata sensibilità artistica, che volle abbellire il castello creando il portico dei mercatanti, all'epoca il più bel porticato di Terra d'Otranto, sovrastato dalla "Loggia Ferrante", che prospetta Piazza S. Francesco, legata alla Porta-Mare sulla quale, come sul portale del castello, fece scolpire il blasone del suo casato.
Quest'opera attirò le ire dei ruffanesi che trascinarono il loro marchese D. Matteo Angelo, essendo nel frattempo morto D. Nicola (1768), davanti alla Commissione Feudale accusandolo di aver edificato quel porticato su suolo demaniale. Ma la commissione Feudale, con sentenza del 18 luglio 1810, mandò assolto il marchese dalla reintegra del suolo pubblico per le "arcate del suo palazzo" (6). Così i ruffanesi, loro malgrado, si ritrovarono abbellita piazza S. Francesco ad opera dei Ferrante, così come era accaduto per Piazza del Popolo ad opera dei Brancaccio. Un centro storico, dunque, che nato nobile tale continuava ad essere arricchendosi di opere degne di note, oggi purtroppo in degrado per la tabe del tempo e per l'incuria degli uomini.
    A D. Matteo Angelo successe il figlio D. Matteo Gennaro, ultimo dei marchesi Ferrante di Ruffano.
    Nell' "Inventario dei beni mobili, stabili, carte ed altri effetti appartenenti alla successione del fu Signor Marchese Don Matteo Angelo Ferrante di Ruffano" (7), stilato per mano del notar Tiburzio Cazzato di Tiggiano per conto di D. Matteo Gennaro, è riportata una breve descrizione del castello: "Palazzo Marchesale sito in questo Comune nella contrada S. Marco, strada pubblica confinante da Ponente, e da Scirocco con le case di D. Vito Rizzello. Composto di camere superiori numero venti - Superiori numero otto -8-. Più un atrio nell'entrare al detto Palazzo in dove ci sono tutti i bassi per uso di magazzini. Sì fatto Palazzo vedesi in associazione il Quarto che attacca alla Chiesa Parrocchiale, che ha bisogno di stentanea riparazione (8), ed oltre la necessaria manutenzione in tutto il Palazzo per la quale ne ha in buona parte sofferto. Nel Palazzo sudetto vi esiste una entrata che si va al giardino il quale è composto di alberi di frutti comuni svariati, Pergolato ed altro".
    La ricognizione dei beni era stata richiesta dagli eredi di D. Matteo Angelo Ferrante per il fatto che la "Casa Paterna in Ruffano era stata spogliata di tutto: che si erano trafugati i suoi preziosi mobili, l'oro, l'argento, denaro, semoventi, generi, e finalmente le scritture di famiglia, che li beni stabili venivano devastati e malmenati e tutto era in disordine". Una pagina oscura, questa, sulla quale non mette conto soffermarsi in questa sede se non per quel tanto che essa chiude malinconicamente la storia dei Ferrante di Ruffano.
Infatti, il castello con gran parte dei beni ex feudali, sarà di lì a poco venduto a D. Antonio Leuzzi che ne diverrà proprietario il 1835.
    Della nobile famiglia dei Leuzzi di Latiano, signore per nascita e per comportamento, D. Antonio, dopo il tramonto della feudalità sarà il primo a raccogliere nelle penombre del castello le vicissitudini dei baroni che lo avevano posseduto, e sarà pure il primo a meditare sulla caducità delle umane vicende ricordate dalla funerea presenza nel giardino del palazzo di un sepolcro, sul quale la macabra autenticità di un teschio incrociato da due tibie col lugubre richiamo all'immagine della morte "PLURIMA MORTIS IMAGO" riverbera l'inquietante vicenda del trapasso in un epitaffio a pie' del cenotafio:

AMICHE PIANTE D'INNOCENTI CURE
DEI MIEI VERDI ANNI LUSINGHIERI OGGETTI
CRESCETE AI DOLCI FIGLI A ME SOL BASTA
CHE GRATE AL CULTOR PIETOSE UN GIORNO
OMBRA FACCIATE AL MIO MUSCOSO AVELLO.

Note

4 Per le notizie sulla cappella dei Brancaccio ringrazio il dott. Domenico Farese da Napoli.
5 ASL (Archivio Storico di Lecce), 79/3,16 agosto 1732 (ff. 322t-325t).
6 Giuseppe Manfridi. "Relazione storico-giuridica per il Comune di Ruffano,p. 20. Lecce. 1929.
7 ASL, 106/1. Notar Tiburzio Cazzato di Tiggiano.
8 Di quella "stentanea" (islantanea-immediata-urgenle) riparazione il "Quarto che attacca alla Chiesa Parrocchiale" ha bisogno ancora oggi!


Aldo de Bernart e Mario Cazzato


Tratto da "RUFFANO una Chiesa un Centro Storico" di Aldo de Bernart e Mario Cazzato, Congedo Editore, Galatina 1989.

 
     
 
 
     
     
     
     

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