Chiesa della Madonna del Buon Consiglio  
     
 

   Questa nota storica sulla chiesa e la confraternita del « Buon Consiglio » di Rullano vuole far conoscere le origini di due opere di culto intimamente legate per vari aspetti.
Legame che, al di là dei documenti d'archivio che lo pro­vano, trova il suo atto di nascita nell'antica chiesa di S. Foca, di rito greco, una delle prime chiese di RufTano, nella quale l'esigenza cultuale si coniugava con quella sociale, in tempi in cui le popolazioni dei casali del Salento vivevano momenti di sconforto e di abbandono, di miseria e di frustrazione, soggiogate e vessate da potenti feudatari che mutavano col mutare delle dominazioni: da quella sveva a quella angioina a quella aragonese.
   Dal calare del Duecento e fino a tutto il Quattrocento nella chiesa di S. Foca, come nelle altre consorelle di rito greco (S. Marco; SS. Annunziata; S. Sebastiano; S. Maria della Finita; S. Antonio da Vienna; S. Maria di Costantinopoli; S. Angelo; SS. Trinità; S. Maria della Neve), i milanesi del tempo vissero momenti di calore umano, di pietà religiosa, di conforto sociale.
   In quelle « grande », per l'operosità dei monaci basiliani, i milanesi trovarono lavoro dissodando terre paludose e macchiose, che resero il più delle volte fruttifere.
Accanto a quelle cappelle, in particolare accanto a S. Foca e a S. Marco, sorsero i primi nuclei abitati con case di pochi vani a piano terra con tetti di canne (cannicciate) ricoperti da tegole (imbrici), fabbricate dagli stessi monaci, i quali conoscevano molto bene d'arte dei "figuli" che tramandarono poi ai milanesi divenuti maestri nel corso dei secoli nell'arte di lavorare l'argilla.
   Lo spiazzo antistante alla chiesa racchiudeva tutte le opere necessarie alla vita domestica della comunità: l'aia, le fosse gra­narie, il palmento, il trappeto, la stalla, la pila, la cisterna o il pozzo.
   Le strutture di questi nuclei di vita sociale richiamarono ben presto le popolazioni sparse per le campagne, ove vivevano in capanne o in case con muri a secco, lontane dal castello o dal torrione bastionalo, simbolo di potenza e al contempo di paura.
   La grancia di S. Foca ha giocato per oltre un secolo questo ruolo, dando il via al tessuto sociale del paese.
   Della sua esistenza resta oggi l'eredità di una chiesa e di una confraternita, mentre nulla più riverbera il fascino e il rito dell'antica cappella.

 
     
 

L'antica Chiesa di S.Foca

 
     
 

    Grancia basiliana del XIV secolo, la chiesa di S. Foca è stata la prima parrocchiale di Ruffano fino ai primi del Cinquecento.
    Sorgeva fuori la porta Terra, nel rione detto appunto S. Foca, nel luogo dove è oggi l'ottocentesca chiesa del « Buon Consiglio ».
    Faceva parte di una triade di chiese-cripte di rito greco dislocate nell'area dell'antico casale: S. Foca, S. Marco, l'An­nunciazione.
    I monaci basiliani l'avevano dedicata al loro vescovo greco S. Foca, martire a Sinope (Ponto) forse sotto Diocleziano.
    II Santo, pur essendo protettore dei marinai, non lesinò grazie ai terrazzani di Ruffano che per questo lo elessero a loro protettore fino ai primi del Cinquecento, quando lo sostituirono con S. Francesco d'Assisi prima e con S. Antonio da Padova poi .
    La rimozione di S. Foca dalla carica di santo patrono, e quindi la perdita del ruolo di parrocchia della sua chiesa, trova la motivazione ncll'affievolirsi del rito greco in Ruffano, peraltro durato abbastanza, a causa dell'attestarsi del rito latino.
    La chiesa, come tutte quelle dell'epoca, aveva di fronte uno spiazzo dove si teneva la festa del Santo con relativa fiera (14 giugno) e alle spalle un ampio cimitero dove venivano sepolti i fedeli, e in tempo di epidemie, frequenti dal XV al XVII sec, anche gli appestati.
Abbandonata nel XV sec. dai monaci di rito greco, passò in rettorato fino alla sua demolizione avvenuta il 1845.
    Tra i rettori spicca la figura di don Pietro Brancaccio, e tra gli amministratori del culto quella dell'ultracentenario (visse 112 anni) don Giovanni Battista De Donatis da Trani {rationale del principe Rinaldo Brancaccio), che nella seconda metà del Seicento aveva provveduto a rifare il tetto della chiesa che minacciava rovina.
    Altra figura di spicco nel rettorato è quella di don Domenico Antonio Torricelli, che troviamo rettore dell'antica chiesa nel 1711 con « Bolla » del 1693, presentato da Oronzo Menimi da Torrepaduli, il quale aveva legato alla chiesa di S. Foca un « beneficio » con l'onere di due messe al mese(2).
     All'ombra di questa chiesa i milanesi del basso Medioevo e fino al Rinascimento hanno coltivato la preghiera, la predicazione, i riti religiosi, le tradizioni, il mutuo soccorso, il lavoro e l'economia: in una parola, la cultura di quei tempi.
    E non è improbabile che nella chiesa di S. Foca abbia offi­ciato nel Quattrocento il pretecopista milanese Georges Laurezios, come c'informa André Jacob, che si colloca in quella schiera di copisti attivi in Terra d'Otranto dal 1223 al 1468 (3).

1   A. DE BERNART, Culto e iconografia di S. Antonio da Padova in Ruffano. Galatina, 1987.
2   T. DE ROSSI, Visita Pastorale 1711, in Arch. Dioc.
3   A. JACOB, Culture grecque et munuscrits en Terre d'Otrante. Lecce, 1976;
     Brix. Quiriti. A IV 3. Copie de Georges Laurezios Rouphianitès (c'est à dire de Ruttano);
     Pseudo-Denys, Ammonius, etc. (Martini, catalogo di manoscritti greci, I, p. 244) ».

 
     
 

La Chiesa della Madonna del Buon Consiglio

 
     
 

    Sotto il priorato di Andrea Villani, nella riunione del 16 febbraio 1845, la « Confraternita del Buon Consiglio » delibera la costruzione di un nuovo tempio al posto dell'antica cappella di S. Foca, ormai inagibile.
    La storia della erezione di questa fabbrica è quanto mai travagliata e lunga, tanto da abbracciare un arco di tempo che va dal 1845 al 1867.
    Vent'anni e più di ricerche affannose di fondi per far fron­te alle sipese di costruzione; vent'anni costellati di soste, di riprese, di liti, di citazioni e soprattutto di sacrifici sopportati da tutti i confratelli, sotto la guida di priori che si alternano profondendovi le loro capacità e a volte le loro risorse economiche: Andrea Villani (dal 1845 al 1848), Carmelo Pio (1849), Andrea Villani "(dal 1850 al 1852), Francesco Saverio Cingaro (dal 1853 al 1855). Cesare Mariglia (1856), Francesco Saverio Cingaro (dal 1857 al 1858), Andrea Villani (dal 1859 al 1860), Andrea Santaloja (1861), Francesco Saverio Cingaro (dal 1862 al 1867).
    Ma a distanza di due anni dalla delibera del 1845 i lavori non sono ancora iniziati, tanto che nella seduta del 24 gennaio 1847 viene presentato un nuovo progetto.
    Terminate le fondazioni, nel corso del 1847, i lavori si fermano per l'acquisto del suolo comunale su cui insiste in parte la nuova chiesa.
    Superato quest'altro ostacolo i lavori riprendono e sono a buon punto quando si interrompono per mancanza di fondi. Difatti è del 14 dicembre 1851 la delibera della Confraternita con la quale si nomina una deputazione al fine di reperire i fondi per ultimare la costruzione della cappella, e in conseguenza di tale decisione il priore Villani dispone l'incameramento di tutte le somme disponibili. Lo stesso provvedimento verrà preso dal priore Cingaro nel 1853.
    Ma i provvedimenti adottati non sortiscono grandi effetti: le entrate dotali della Confraternita non sono sufficienti, tanto che nel maggio dello stesso 1853 si decide di continuare i lavori in economia.
Preso atto di tale decisione, l'imprenditore Sig. Michele Distante chiede la nomina di un perito per il calcolo dei lavori effettuati.
    Nella speranza di ridurre i costi, il 2 febbraio 1855 'la Confraternita apporta ancora una variante al progetto e nomina una deputazione per il controllo dei lavori.
    Ma sul finire del 1856 il Sindaco invita formalmente il priore Mariglia a dirimere le controversie esistenti tra la confraternita, l'imprenditore e il direttore dei lavori, e quindi a procedere alla liquidazione delle rispettive competenze come da capitolato d'appalto.
    La vicenda entra così nel vivo delle liti, delle citazioni, dei compromessi, che si protraggono, con alterne vicende, per ben dieci anni, quando l'imprenditore Sig. Distante chiede la verifica del lavoro eseguito da affidarsi al perito ardi. Federico Elmo, nonché la liquidazione della nota di spese per la costruzione redatta dal Sig. Pasquale Rizzimi.
    Siamo alle ultime battute di questa travagliata vicenda, ma l'ultimo atto si avrà il 20 ottobre 1867 quando finalmente avverrà il pagamento al Sig. Michele Distante della somma di ducati 1652 e grana 18, più residui ducati 134, mentre all'arch. Elmo sarà liquidata una parcella di 48 ducati. Inoltre al Sig. Distante sarà riconosciuto un « 'lavoro a parte » per la restante costruzione del « frontone e del campanile ».
    A questo punto non si può dire ohe la costruzione della chiesa sia davvero terminata: essa è priva, come c'informa il documento prima citato, del « frontone » e del « campanile », due elementi non certo essenziali per fuso del tempio, peraltro già in funzione da diversi anni, ma senz'altro importanti per l'architettura della fabbrica.
    Quest'ultima tappa della tormentata costruzione sarà raggiunta però nel giro di appena un anno.
    Le vicende umane testé riportate, le continue interruzioni nei lavori, le varianti .più volte apportate al progetto, non hanno di certo giovato all'immagine architettonica della fabbrica, che si presenta piuttosto fredda nelle linee essenziali, con volumi squilibrati che tolgono all'unica navata del tempio, lunga soltanto 18 metri, la profondità liturgica necessaria all'aula, peraltro priva di un'abside vera e propria capace di smorzare la luce della campata dell'arco di trionfo sul cui estradosso corre la scritta « COR BONI CONSILII STATUE TECUM » (Fai stare con te il Cuore del Buon Consiglio).
Tuttavia questo tempio parla un linguaggio tutto proprio, materiato di carità, di devozione e di tenacia di un pugno di confratelli che lo vollero erigere in tempi in cui l'economia del paese non era di certo florida e le vicende storiche nazionali rotolavono fin nel Salerno, e nella stessa Ruffano, all'alba dell'unità d'Italia.
    Un tempio, quindi, che connota sacrificio e assume valenza di pietà cristiana e di maturità civica in un momento in cui il tessuto sociale di Ruffano, ancora sfilacciato dalle incrostazioni feudali, tentava di infittire la sua trama in vista di una nuova società.
    All'interno, la chiesa si presenta con cinque altari, più quello maggiore che gode del privilegio perpetuo per tutti i fedeli defunti.
    Alle spalle dell'altare maggiore, una grande tela raffigurante la Madonna del Buon Consiglio secondo la iconografia tradizionale che ricalca il viaggio della icòna della madonna bizantina da Scutari a Genazzano.
    Una antica tradizione narra che il 25 di aprile dell'anno 1467, nel vespro della festa di S. Marco, nella chiesa di Genazzano, che in quell'anno si stava edificando, apparve su di una parete una immagine della Madonna con Bambino. Si trattava, continua la tradizione, della Signora di Scutari o Signora degli Albanesi, che aveva lasciato la sua patria invasa dai Turchi (4).
    La tela che si conserva nella chiesa del Buon Consiglio di Ruffano raffigura, appunto, il prodigio del viaggio compiuto dalla icòna della Madonna portata in volo dagli Angeli. Ai piedi della Vergine spicca la figurina del donante, Deodato Metafune, vestito dell'abito della confraternita e in atto di pregare. Il confratello Metafune è a buon diritto ritenuto il fondatore della confraternita, come si legge a pie' della stessa tela: « DEODATUS METAFUNE HUIUSCE / SODALITATIS FUNDATOR ISTA DEPINGERE VOLUIT » (Deodato Metafune fondatore di questa congregazione questa [immagine] volle dipingere).
Gli altri altari, tutti in pietra leccese, vanno sotto il titolo
di:

  1. altare di S. Michele Arcangelo (il primo a destra, entrando), eretto per devozione di Quintino Rizzo, con pala di buona fattura raffigurante l'Arcangelo Michele che uccide Lucifero;
  2. altare di S. Rocco (il secondo a destra, entrando),.eretto un tempo per devozione di Concetta Orlando, raffigurata nella pala nelle vesti della donante, e successivamente per devozione di Antonio Viva. La tela, datata 1867, richiama per l'impostazione iconografica l'omonima che sovrasta l'altare maggiore del santuario di S. Rocco di Torrepaduli;
  3. altare di Maria SS. Addolorata (il terzo a destra, entrando), eretto da devozione di Annunziata Licci, con pala di buona fattura, raffigurante la Vergine seduta su di un masso col cuore trafitto da un pugnale, secondo la ottocentesca iconografia della mater dolorosa, nell'atto di ricevere da un angelo i simboli della crocifissione;
  4. altare di Maria rifugio dei peccatori (il secondo a sinistra, entrando: nel primo cappellone non v'è altare), eretto per devozione di Antonio Vergare E' l'unico altare ohe per stile si distanzia dagli altri neclassici. Di stile gotico-lombardo, svetta solenne sulla mensa racchiudendo una snella pala del 1876 raffigurante una Madonna con angeli, di mediocre fattura;
  5. altare della Madonna del Carmine (il terzo a sinistra, entran­do), eretto da Pasquale Rizzuni in adempimento al legato di Francesco Villani, con pala d'i buona mano raffigurante la Madonna seduta su di una seggiola mentre regge in braccio il Bambino, che con la mano destra offre il sacro abitino delle indulgenze.

Aldo de Bernart

 

Tratto da "La Chiesa e la Confraternita del Buon Consiglio di Ruffano" di Aldo de Bernart, Congedo Editore, Galatina 1998.

 
     
 
 
     
 
Vedute esterne della Chiesa del Buon Consiglio
 
     
 
 
Foto DomusDei
   
 
   
 
     
 
     
 
     

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