La chiesa della Madonna del Carmine e la cripta di San Marco  
     
 

   Come scrive lo studioso Aldo De Bernart, nelle sue “Pagine di storia ruffanese”, la più antica grotta di Ruffano è la cripta basiliana che si trova oggi inglobata nella Chiesa della Madonna del Carmine, e che risale al XII secolo. La cripta era dedicata a San Marco, che è affrescato su una parete della grotta, col capo leggermente piegato in avanti, nell’atto di scrivere su di un libro, dove si legge, o meglio si leggeva, una iscrizione in lingua greca, ossia “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio”, che è poi il primo versetto del “Vangelo secondo San Marco”. Sull’altra parete della cripta, invece, era stato affrescato San Pietro. Nella cripta si riunivano i monaci basiliani per il culto e, insieme a loro, anche gli abitanti di Ruffano che ,in quella grotta ipogea, seppellivano  i loro cari defunti, come testimoniano tutte le tombe che sono state ritrovate durante i lavori di scavo e di ristrutturazione. La cripta di San Marco, dunque, può essere considerata il primo nucleo abitativo del Casale di Ruffano . Gli umili anacoreti , fedeli alla regola di San Basilio, diedero al paese una prima forma di economia agricola, con coltivazioni intensive che resero fruttifere zone altrimenti paludose e selvagge, e introdussero il rito greco, resistito a Ruffano fino al 1600, come testimoniavano altre chiese , quali la chiesa di San Foca, quella dell’Annunziata, e quella di San Sebastiano, recentemente riscoperta grazie al lavoro dello studioso Vincenzo Vetruccio, autore del preziosissimo libro “La Chiesa di San Sebastiano a Ruffano” (Congedo editore 2002).Intorno alla cripta , i monaci costruirono le prime abitazioni con tutte le opere necessarie, come l’aia, le fosse per il grano, il palmento, il trappeto, la stalla per i cavalli, la cisterna o il pozzo per l’acqua, ecc. Essi inoltre diedero a Ruffano la pratica della lavorazione della terracotta, nella quale eccelle ancora oggi il paese, che ha ottimi e richiestissimi figuli.Anche i mercati e le fiere furono una istituzione dei monaci ,per incrementare i contatti con gli abitanti dei casali vicini per lo scambio delle merci e del bestiame. E questo ci riporta alla festa e alla fiera di San Marco che si svolge ogni anno  il 25 aprile, in concomitanza con la Festa della Liberazione. Sulla antica cripta basiliana fu edificata, nel 1713, la Chiesa di San Marco e fu traslocata in questa chiesa la Confraternita del Carmine, che prima si trovava nella chiesa di San Foca, e ciò determinò il cambiamento del titolo, da Chiesa di San Marco a Chiesa della Madonna del Carmine, come è conosciuta ancora oggi. Questa chiesa, però, con il tempo risultò insufficiente ad accogliere tutti i fedeli, soprattutto in occasione delle festività. Nel 1851, la chiesa era stata abbellita dell’orchestra per l’organo e dell’organo stesso, opera di Vincenzo De Micheli da Maglie. Nel 1890, sotto il priorato di Luigi Giaccari, venne preso in esame un progetto di ampliamento della chiesa, poi abbandonato per le liti sorte con il confinante, sig. Antonio Licci, che non permetteva bonariamente l’appoggio della nuova fabbrica sul muro di sua proprietà. Dopo altri tentativi non andati in porto, finalmente, nel 1962, quando era Padre spirituale Don Renato Giaccari, i lavori di ristrutturazione vennero iniziati, grazie soprattutto all’Avv. Ernesto Licci, che dava il suo consenso all’ampliamento della chiesa, rimovendo l’ostacolo frapposto, per tanti anni, dai suoi antenati i quali chiedevano in cambio dei privilegi che la confraternita non poteva accettare.Nel 1964, la chiesa venne terminata.    Essa, in seguito ai lavori di ristrutturazione, ha perduto la sua antica fisionomia, peraltro non bella ma forse più armonica, ed ha assunto quella attualmente esistente. Questo, in sintesi, quanto scrive sull’argomento Aldo de Bernart.

A cura di Paolo Vincenti

 
     
  L' antico assetto urbanistico di Ruffano e la chiesa di San Marco  
     
 

   Quando l'assetto urbanistico di Ruffano, voluto dal barone Guglielmo dell'Antoglietta nel primo quarto del Quattrocento, e poi attuato dal figlio Jacopo e dalla nipote Arminia(1), spaccò in due il casale, da Nord a Sud, per congiungere i primi due nuclei abitati (S. Foca e S. Marco), con la creazione di un'arteria, vulgo detta "Via di Mezzo", indicativa non solo di una rete viaria ma anche e soprattutto quale direttrice per il sorgere delle abitazioni, il "Borgo S. Marco" con la sua chiesa-cripta era già in via di popolamento e di sviluppo.
   In virtù di tale progetto urbanistico, la Ruffano tra Cinque e Seicento si espandeva dal rione S. Foca al rione S. Marco, passando per le attuali via Vallati ad Ovest e via Giangreco a Nord, con al centro l'antica parrocchiale. Lo testimoniano ancora le antiche costruzioni: nel rione S. Foca, la casa natale del Bortone datata 1595; nella via Vallati, la casa cinquecentesca dei Vallati abbattuta negli anni Cinquanta; in via Giangreco e in via Famiglia Ruffo, le case dei Giangreco (1687) e dei Riccio (1592); e scendendo verso il rione S. Marco, la casa dei Saetta, datata 1518 (abbattuta nel 1963), sul cui prospetto si leggeva: UNUS NON OMNES DAT NOBIS OMNIA(2); e poco distante, la casa Viva sul cui portale bugnato si legge ancora: NEMO SUA SORTE CONTENTUS / HAEC NON EST / VILIS NOBIS / 1589.
   Al centro del rione sorgeva la chiesa di S. Marco, la più importante tra le chiese di Ruffano nei secoli XVI e XVII, che delimitava a Sud il centro abitato con una retta che la congiungeva alla chiesa di S. MARIA DEI DOLORI, fatta edificare da D. Nicola Saetta nel 1692.
   Difatti il secentesco convento dei cappuccini sorgeva distante dall'abitato, come risulta da un documento datato 1650 e firmato, in copia, da p. Marco di Nardò: il convento dei frati cappuccini della terra di Ruffano, diocesi di Ugento della provincia di Otranto, situato fuori della terra nella strada pubblica, lontano dall'abitato 200 passi circa [...](3)

   Erede diretta, nel rito e nella cura delle anime, dell'antica cripta basiliana, sulla quale fu edificata sul calare del Cinquecento, la chiesa di S. Marco, con la sua grancia, raccolse l'eredità dell'antica parrocchia di S. Foca, quando il miracoloso vescovo greco, antico patrono di Ruffano, fu sostituito da S. Francesco d'Assisi nella cinquecentesca parrocchiale che, come s'è detto prima, sorgeva là dove oggi sorge la matrice settecentesca dedicata alla NATIVITÀ DI MARIA VERGINE.
   Ma se la chiesa di S. Marco non ereditò il titolo di parrocchiale, ebbe però il privilegio per la venerazione del Santo Evangelista, deputato alla guarigione della "sordità". Di qui i pellegrinaggi e l'unzione con l'olio benedetto nel giorno della festa (25 aprile); di qui la fiera che sin dal XIV secolo serviva per gli scambi commerciali dei prodotti della terra e del bestiame, nonché del vasellame in terracotta in cui i ruffanesi erano e sono artigiani esperti; dei finimenti per i cavalli in cui pure i ruffanesi si distinguevano per il fatto che praticavano la concia e la lavorazione delle pelli; degli utensili in rame il cui artigianato è presente ancora, e con pregevoli e significativi manufatti. Di qui, infine, la tradizione da parte dei ruffanesi di inserire nel menù del giorno di S. Marco un piatto a base di pesce, dovuta forse al fatto che anticamente l'unico giorno in cui abbondantemente giungeva sul mercato il pesce, specie quello marinato (scapece), era appunto il giorno di S. Marco, per via della fiera che spingeva i pescatori, specialmente quelli di Gallipoli, a commerciare i prodotti ittici con i prodotti della terra. Un'usanza che risale probabilmente ai cibi quadragesimali dei monaci basiliani (che non toccavano carne neppure nei giorni di festa), all'ombra dei quali il borgo S. Marco è vissuto dal XII al XV secolo.

   La fiera, ieri accorsatissima e significativa oggi di "facciata" per via dei mercati settimanali e dei supermarket, conserva tuttavia il suo fascino, il suo calore e il suo colore. Anticamente si svolgeva sulla piazza antistante la chiesa di S. Marco, oggi si allunga fino alle falde del Mocorone. Dall'Ottocento in poi, l'amministrazione comunale ha dovuto sempre deliberare nuovi spazi e creare nuove strutture per la fiera, come risulta dallo studio, riportato in appendice a queste pagine, di E. Inguscio che di recente ha curato la fiera di s. Rocco a Torrepaduli attraverso i tempi.(4)

   La chiesa di S. Marco possedeva, tra l'altro, un pregevole altare dedicato a S. Oronzo, eretto il 1656 in tempo di peste da D. Bernardino Saetta e poi rimosso nei primi del Settecento da D. Giuseppe Giangreco per far posto agli stalli dei confratelli. Troppo angusta, fu ampliata una prima volta da D. Onofrio Memmi verso la metà del Seicento e forse in quella stessa epoca fu trasferita in questa chiesa la confraternita del Carmine, che prima si trovava nella chiesa di S. Foca.
Circa il cambiamento del titolo, da S. Marco a chiesa del Carmine, la cosa avvenne per il fatto che fu la stessa confraternita del Carmine a dare il nuovo titolo alla chiesa, almeno nell'uso comune, che nei documenti rimase ancora fino al 1712 chiesa di S. Marco, quando fu abbattuta e sulla sua area edificata l'attuale chiesa, definitivamente dedicata alla Madonna del Carmine: ad una sola navata, con l'altare maggiore in stile barocco di buona fattura, e gli altari laterali molto semplici, edificati in seguito.
Degna di nota, in questa chiesa, la tela raffigurante la "Morte di S. Giuseppe", datata 1832 e firmata da Rachele Lillo, figlia di quel Saverio che nella chiesa matrice di Ruffano aveva espresso il meglio della sua arte pittorica, e che era stato confratello del Carmine e firmatario, nel 1776, della petizione indirizzata a re Ferdinando IV di Napoli per ottenere il real beneplacito nella fondazione della Confraternita(5).

   Sulla facciata della chiesa edificata il 1713 fu appoggiato un portale barocco sormontato da un altorilievo in cartapesta, chiuso in una nicchia, raffigurante la Vergine del Carmine con le Anime purganti. Al di sopra della nicchia, fu aperta una finestra. Di questa facciata settecentesca si riporta in queste pagine una foto del 1964, quando la facciata fu ristrutturata in quella attuale.

   Dell'antica chiesa di S. Marco rimane oggi visibile la cripta. Vi si accede dall'interno della chiesa del Carmine per una comoda scalinata fatta costruire dalla confraternita nel 1963. Scavata nella viva roccia, la cripta presenta la forma di un semicerchio con al centro un pilastro (m. 2 circa per lato). Un tempo di più vaste proporzioni, fu poi ridotta alle misure attuali nel Cinquecento quando fu edificata la chiesa dedicata a S. Marco.    Anche la cripta è dedicata a S. Marco, che trovasi affrescato sul pilastro centrale, sormontato da un archetto trilobo, su fondo rosso scuro, seduto col capo leggermente piegato in avanti, mentre scrive su di un libro ed ha il corpo avvolto in un manto rosso.
   Delle lettere riportate sulle pagine del libro oggi non v'è quasi traccia, talché le ricaviamo dallo studio sulle cripte pugliesi di Alba Medea(6), che nei primi del Novecento visitò la nostra cripta, e dal Diehl che nella sua opera La Peinture Byzantine (7) riporta la traduzione dal greco della iscrizione: Inizio del Vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio, che è poi il primo versetto del vangelo secondo S. Marco.

   Marco, l'evangelista simboleggiato da un leone, non fu nè apostolo nè discepolo di Gesù, avendo avuto alla morte del Nazareno appena quindici anni. Figlio di una delle tante Marie di Gerusalemme che seguirono devotamente e coraggiosamente Gesù (8), Marco pare avesse un secondo nome di origine ebraica: Giovanni.
   Per non essere stato un apostolo, il suo vangelo non è una testimonianza oculare bensì il racconto della vita del Redentore appreso da S. Pietro, del quale fu discepolo amatissimo; perciò frammentario ma al tempo stesso, rispetto ai vangeli di Matteo, Luca e Giovanni, più fresco nella esposizione per via della narrazione episodica che lo contraddistingue. Predicò il suo Vangelo a Roma e poi ad Alessandria d'Egitto, dove subì il martirio.
   La sua passio truculenta e il trafugamento rocambolesco del suo corpo, fanno di Marco il martire leggendario senza confini. Trascinato per le vie di Alessandria, intrise di sangue le pietre che lo videro morire. Non contenti, i pagani avrebbero voluto bruciare il suo corpo, ma il Signore non lo permise. Un violentissimo uragano disperse i martirizzatori e spense il rogo. Così i cristiani poterono raccogliere il corpo del Martire e seppellirlo con onore. [...] Nell'828, due mercanti veneziani trafugarono il corpo dell'evangelista per sottrarlo alla terra dominata dagli infedeli. Si narra che, per impedire ai Maomettani di ostacolare il trasporto delle reliquie, nascondessero le spoglie dentro un porco macellato, approfittando del fatto che Maometto aveva proibito ai suoi seguaci di toccare carne di maiale. In questo modo inconsueto le reliquie di San Marco giunsero nella città lagunare, dove i Veneziani ripararono all'involontaria offesa ponendo la salma dell'evangelista in quella chiesa che è ancora la gemma più splendida di Venezia.(9)
Tra i Santi, S. Marco è forse quello più effigiato nell'arte: dal Beato Angelico a Gentile Bellini, ad Andrea Mantegna, a Luca Signorelli, a Pietro Perugino, a Domenico Ghirlandaio, a Palma il Vecchio, al Sansovino, al Tiziano, al Tintoretto, al Veronese, a Luca della Robbia, solo per citare i maggiori. Per finire all'ignoto frescante di Ruffano, un povero monaco che se non ci ha dato un capolavoro almeno ci ha lasciato un documento pittorico del XII secolo, giudicato opera di speciale interesse dalla Medea(10), e lungi d'essere un'opera mediocre dal Diehl.(11)"

 
     
 

Note

  1. A. de Bernart, M. Cazzato, Ruffano una chiesa un centro storico, Galatina 1989.
  2. A. de Bernart, Pagine di storia ruffanese - La chiesa del Carmine, Parabita 1965.
  3. Ibidem.
  4. A. de Bernart, M. Cazzato, E. Inguscio, Nelle terre di Maria d'Enghien - Torrepaduli e S. Rocco, Galatina 1995.
  5. A. de Bernart, Pagine, cit.
  6. A. Medea, Gli affreschi delle cripte eremitiche pugliesi, Coli. Merid. Edit. Roma 1939.
  7. Diehl, Lapeinture byzantine, Paris 1933.
  8. P. Bargellini, Mille Santi del giorno, Vallecchi, Firenze 1977.
  9. Ibidem.
  10. Medea, op. cit.
  11. Diehl, op. cit.
    Aldo de Bernart
 
     
  Tratto da: “L’Antico assetto urbanistico di Ruffano e la chiesa di San Marco” di Aldo de Bernart, Tip. Inguscio, Ruffano 1996.  
     
 
Vedute esterne della Chiesa della Madonna del Carmine
 
     
 
 
Foto DomusDei
 
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