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S. Maria della Serra. Note di storia e di geografia del territorio. |
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Nel suo lungo Bozzetto su Ruttano, Cosimo De Giorgi accenna per ben due volte alla Serra la cui sommità ospitava, come ospita, l'omonima chiesa dedicata alla Vergine. E profondamente colpito dalla vastità dell'orizzonte che si poteva godere dal sacro edificio: il paesaggio è veramente pittoresco: sfuggono un poco i dettagli, ma ci guadagna l'insieme del quadro. L'occhio abbraccia una vasta pianura ondulata, che dalle colline di Ruffano, di Specchia e di Alessano si stende fino all'Adriatico, tutta seminata di paesi, di borgate, di ville, di fattorie e di cascine, e tutta messa a coltura. Le coltivazioni arboree qui predominano sulle erbacee; ottimo divisamento figlio di lunga esperienza e ben illuminata. Quella flora così ridente e rigogliosa conforta l'occhio dell' artista, annoiato dall' eterna monotonia di linee, che forma il vero carattere dei nostri paesaggi, mentre da un altro lato consola l'agricoltore e il proprietario''(1).
Ritorna, poco dopo, sulla medesima altura, ancora una volta avvinto dall'inusitato spettacolo: "una delle più amene passeggiate nei dintorni di Ruffano è senza dubbio lungo la via che mena alla chiesetta della Madonna della Serra, che resta al N.O. del paese, sollevata 171 metri sul livello del mare e 76 metri su quello della sottostante pianura. E' davvero un bell'esercizio di ginnastica per le gambe e pei polmoni; e quando si giunge in cima alla collina, quell'aria profumata dal timo, dal serpillo e dal puleggio par quasi che ci rinfranchi del consumo dei muscoli e ci fa dimenticare la fatica della salita. La via che conduce alla cappella, lasciando Ruffano, passa da canto al nuovo cimitero. Questo è in gran parte addossato alle radici della Serra di Ruffano, e corre il pericolo di esser trasportato dalle acque nel piano sottostante. Grande sapienza dei padri della patria!Da questo punto comincia la salita, da prima sopra un banco di sabbioni (volgarmente tufi) ricchi di molluschi, di specie che vivono anche oggi nei nostri mari, e poi sulla calcarea dura che formò, come ho detto sopra, la sponda dell' antico mare pliocenico. Gli ulivi ci accompagnano fino a mezza costa della collina; poi le rocce sporgono fuori disposte a scaglioni, a gradinate; e la flora spontanea prende il posto della coltivata, finche si giunge alla cappella costruita, sull'orlo di un vasto altipiano, che di qui si prolunga fino alla Serra Manfio, verso Casarano.
La chiesa della Madonna della Serra si crede antichissima, ma nel fatto non pare che sia anteriore al XVI secolo, e non ha niente di caratteristico. Fu restaurata nel 1648 dal principe Carlo Brancaccio e poi di bel nuovo verso il 1831; e i restauri cancellarono il vecchio. Ma il panorama che si gode di lassù è bellissimo! Si vede circa un quarto della nostra provincia. Di fronte a noi l'occhio si stende sopra una vasta pianura ondulata ricoperta dagli ultimi avanzi del bosco di Belvedere e da folte boscaglie di ulivo. A destra sfilano per lungo le colline terrazzate di Specchia e di Alessano, e sul picco più lontano s'erge il bianco castello di Montesardo, a cavaliere d'una collina e nella direzione della Punta di Leuca. Ruffano e Torrepaduli biancheggiano nella vallata, e tra il verde cupo delle querce, e degli ulivi spuntano qua e là dei casolari bianchi e delle eleganti villette" (2).
Il De Giorgi rimase tanto colpito dalla forte individualità di questo paesaggio da riprodurlo in uno dei suoi inconfondibili schizzi tracciato il 1879 con la consueta perizia del geografo attento soprattutto ai tratti fondamentali del paesaggio (3). Il De Giorgi mancò di notare, tuttavia, che quel paesaggio tanto contemplato rappresentava l'ultima immagine di un profondo processo di trasformazione di quello spazio rurale iniziato nella seconda metà del XVI secolo (4). Sfuggivano pure, al nostro geografo, le ragioni di un luogo di culto edificato su quella disagevole altura; ne riusciva a coglierne le valenze territoriali, il suo porsi, cioè, come elemento di un complesso sistema infrastnitturale che affondava le sue radici nella storia più remota della provincia. Per ricostruire storicamente tutto questo è opportuno porre momentaneamente tra parentesi la realtà della cappella della Madonna della Serra come organismo spaziale autonomo e come uno dei topoi privilegiati, all'interno della specificità territoriale di Ruffano, della pietas mariana (5).
D'altra parte ci sembra metodologicamente scorretto non recuperare, al nostro monumento, quelle valenze storico-geografiche che non emergono da una pur adeguata indagine architettonica. Che si accosti, infatti, alla cappella della Madonna della Serra senza lasciarsi irretire, come il De Giorgi, dalla profondità del paesaggio, potrà constatare come l'originaria e ovvia aspettativa di un semplice luogo di culto dall'incerta collocazione storica si muta nella sorpresa di trovarsi di fronte ad un insieme la cui complessità lievita con la progressiva scoperta dei singoli elementi che, coordinati logicamente, costituiscono quest'insieme. Consideriamo innanzitutto la viabilità: la mulattiera che ancora oggi daRuffano, per le falde della Serra, giunge alla sua sommità, quasi di fronte alla cappella, non si arresta in questo luogo ma continua, quasi protetta da solidi muretti a secco e a tratti scavata nella roccia, in direzione Nord secondo l'andamento stesso della Serra, verso la chiesa-cripta della Madonna di Coelimanna in territorio di Supersano (6).
Siamo in presenza, quindi, di un percorso che non mette direttamente in comunicazione strutture antropiche ma offre la possibilità di percorrere il territorio da punti capaci di coglierne la sua totalità come estensione e individualità naturali; è, in altri termini, un percorso di crinale, che rappresenta pertanto una delle prime possibilità di percorrere e conoscere un territorio "nel modo più relazionato alla [sua] strutturazione oroidrografica" (7). Il percorso di crinale, infatti, non è ostacolato da corsi d'acqua ma, soprattutto, si caratterizza attraverso la "maggiore padronanza visuale ottenibile dall'alto, rispetto al dominio frammentario dell'area delle percorrenze vallive" (8). E dunque un percorso - del quale cercheremo di ricostruire i prolungamenti a Nord e a Sud - legato alla primitiva antropizzazione di questo territorio quando, presumibilmente, solo dalla sommità delle Serre si poteva avere un quadro territoriale significativo, mentre le valli erano coperte fittamente di boschi e di paludi (9). L'indagine archeologica sembra confortare quanto, fin qui, si è ragionevolmente ipotizzato. La fig. 13 sintetizza una serie di rinvenimenti risalenti in un periodo compreso tra l'età neolitica e l'epoca imperiale e, si badi bene, si tratta di resti appartenenti a villaggi e a fattorie, di insediamenti consistenti cioè, uniformemente collocati a ridosso del citato percorso di crinale specialmente nel tratto del territorio comunale di Supersano (10). Oltre Ruffano, verso Sud, quando questo percorso penetra, in direzione di Cardigliano di sotto, nel territorio di Alessano, si rinviene un altro insediamento archeologico nel quale è leggibile, più che nei precedenti, una continuità tra periodo romano e medievale tanto che nella distrutta cappella medievale di S. Elia, che doveva costituire il centro di questo insediamento, furono impiegati resti di costruzioni databili al II-III secolo d.C.. E significativo inoltre il rinvenimento, nei muri del medesimo edificio cultuale, di una iscrizione in greco medievale ora conservata nel Museo Provinciale di Lecce (11). E importante sottolineare questa continuità insediativa sia per ribadire la costanza, nel tempo, delle peculiari strutturazioni territoriali, sia perchè questo fattore è all'origine degli insediamenti stabilmente abitati.
L'incontestabilità di questo fenomeno specialmente per il periodo bizantino-normanno e relativamente all'insediamento in rupe dell'attuale chiesa-cripta della Coelimanna, deve valere pure per la ruffanese cappella di S. Maria della Serra. Vediamo perchè; innanzitutto la conferma della continuità della frequentazione umana di questo tratto è confermato dall'esistenza, proprio "presso la rustica cappella della Madonna della Serra" di un'antichissima specchia come scriveva il De Giorgi, che si innalzava "per m. 8 sul piano della collina", collegata visivamente con la specchia "della Serra di Ruffano", a sua volta collegata con l'ancora esistente Specchia Silva, ai confini del territorio di Ruffano, presso Cardigliano di sotto e l'enorme trullo Ferrante, uno dei più arditi monumenti della civiltà contadina del Salento (12). Ora, al di là della loro incerta datazione, è verificata la funzione di questi monumenti megalitici come stazioni di osservazione.
Ma con la medesima funzione, presumibilmente alla fine del XV secolo fu costruito, se non ricostruito, un edificio turriforme, ancora in piedi, munito di caditoia in corrispondenza dell'unico accesso, posto proprio alle spalle della cappella di S. Maria della Serra ma in posizione più elevata. Prima che come luogo di culto, dunque, il sito era stato utilizzato come postazione di controllo di tutta l'ampia estensione valliva ai piedi dell'altura. Anche da questo punto di vista la valenza di elementi quali la torretta era molto ampia, legata cioè al controllo di distretti territoriali che superavano la dimensione del feudo, nati quindi in periodi precedenti l'organizzazione politico-amministrativa non ancora segnata dal fenomeno feudale. In altri termini, il percorso in questione, dove alle opposte estremità s'incardinano i due insediamenti della Madonna di Coehmanna e della Serra, è il relitto di un
percorso molto più lungo che tagliava longitudinalmente il Salento delle Serre, legato probabilmente alle prime fasi dell'utilizzazione antropica del territorio, mai completamente abbandonato, anzi ripreso e rafforzato in età bizantina quando il fenomeno dell'abitare in rupe divenne più marcato e cominciarono a formarsi i primi nuclei dei futuri casali (13). Ma l'importanza e l'antichità di questo percorso è confermato da altri fattori fin qui mai considerati. E' noto che accanto alle percorrenze longitudinali, il Salento antico presentava percorrenze trasversali, quelle, per intenderci, che mettevano in comunicazione lo Jonio con l'Adriatico, Taranto con Brindisi e Gallipoli con Otranto (14); quest'ultima tra tutte le strade istmiche ebbe un particolare ruolo relativamente alla nostra zona. Tale percorso, proprio per il suo particolare andamento, intercettava il nostro percorso di crinale proprio in corrispondenza del casale di Sombrino la cui esistenza è documentata con sicurezza all'inizio del XIII e fino al XV secolo (15). Con l'aiuto di un'inedita documentazione possiamo finalmente localizzare con esattezza questo casale scomparso.
In una "perizia di confinazione tra il feudo di Sombrino e quello di Supersano"j del 1842 (16), è ripreso un documento del 1711 nel quale si parla della chiesa del casale che era "servita da un eremita che ci abitava" e dove si celebrava "in tutte le feste di precetto", durante le quali concorrevano "li massari di tutte le masserie dei contorni vicini" specialmente durante l'annuale fiera. La cappella in questione si chiamava "Santa Maria di Sombrino" ed era prossima alla strada che da Scorrano portava a Corsano e quindi a Gallipoli, superando la Serra e intercettando cosi la nostra strada di crinale che, per questo, si arricchisce di un altro elemento funzionale di sicura antichità. Un'indagine sul luogo ha permesso di individuare la cappella di S. Maria di Sombrino; questa conserva ancora la facciata medievale a capanna dal portale tanto simile a quello delle coeve chiese del medioevo salentino; nè si dimentichi che questa chiesa faceva parte dei possedimenti dell'abbazia di S. Nicola di Casole a Otranto (17); pertanto la sua ubicazione su questo percorso non è casuale. Che quest'edificio sia rimasto sconosciuto è in parte dovuto al fatto che l'originario orientamento è stato ribaltato, per cui la parete della facciata medievale è diventata la parete di fondo alla quale è stato addossato un altare dei primissimi anni del XVI secolo, mentre al posto dell'originaria abside - ancora si legge il suo andamento sul terreno - demolita, venne costruita una nuova facciata, ora crollata come gran parte del tetto. In altre parole, l'originaria facciata medievale era orientata verso il percorso di crinale. Quando questo decadde, probabilmente verso il XVI secolo in un periodo nel quale tutta la zona fu sottoposta ad un intenso fenomeno di riconversione colturale, la facciata fu "girata" verso un percorso più a valle, parallelo e direttamente in relazione con la strada Supersano-Ruffano. Fenomeno ancora visualizzato dai numerosi organismi masserizi della zona, risalenti al maturo '500. Fermiamoci ancora su questa sconosciuta cappella compresa tra le attuali masseria Stanzie e masseria Chiesa, elementi superstiti del casale di Sombrino; la sua planimetria è estremamente significativa: tre moduli quadrangolari, i primi due rappresentano la navata, il terzo, più piccolo, il coro. È il medesimo schema tipologico di un gruppo di edifici sacri costruiti tra la fine del XIII secolo e l'inizio del successivo (S. Maria Assunta a Castellaneta, S. Domenico e S. Maria della Giustizia a Taranto, S. Maria del Casale a Brindisi, S. Maria della Strada a Taurisano, S. Francesco a Specchia Preti) (18) che rinnovarono la situazione stagnante "dell'edilizia bassomedievale pugliese" (19). Il casale, dunque, era ancora in piena funzione in periodo angioino; con esso pure l'antica viabilità che lo intersecava. A questa tipologia architettonica medievale, fondamentalmente basata su tre moduli regolari sia in pianta che in alzato, appartiene anche la cappella di S. Maria della Serra nonostante le secolari trasformazioni e le manomissioni subite.
Anche se non aveva messo in relazione tutti questi elementi - d'altra parte gli mancavano i recenti dati offerti dall'esplorazione archeologica - l'importanza e la ricchezza di questo percorso, quello di crinale, s'intende, non era sfuggita ad uno studioso che conosceva poco le fonti ma molto bene il territorio, C. Sigliuzzo. In un articolo apparso nel 1957, purtroppo da nessuno seriamente sviluppato, costui scrisse di una "via misteriosa" con andamento Nord-Sud che dai dintorni di Supersano si spingeva verso Leuca seguendo "la dorsale della Serra... a breve distanza dai centri abitati, senza mai toccarli" (20). Ricostruisce pertanto questo percorso proprio a partire dalla masseria Chiesa, lo segue fino alla chiesa-cripta di S. Maria della Coelimanna, ne individua i resti sulla Serra in direzione di Ruffano che non tocca, poi per Cardigliano fino a Leuca dopo aver intersecato antichi luoghi di culto. Probabilmente era una mulattiera, conclude l'autore, alla cui estremità si collocava il celebre santuario di S. Maria di Leuca.
In altri termini questo studioso, per conto proprio e per altra via, ricostruisce un percorso che coincide quasi perfettamente con quello da noi identificato come percorso di crinale. E potremmo essere anche d'accordo sulla funzione, per così dire geografica, di questo percorso, vale a dire il suo porsi come collettore nei confronti del terminale rappresentato dal santuario di Leuca, se non fosse che la questione, fin qui geografica, reclama un pò di conti con la storia. Negli itinerari pugliesi altomedievali emerge nettamente il cammino di S. Michele usato in modo particolare dal flusso di pellegrini che si recavano a visitare l'omonimo santuario sul Gargano (21); meno frequentato, ma sempre famoso, era il santuario di S. Nicola di Bari. In entrambi i casi, in questi secoli, i pellegrini si muovevano "per mulattiere insicure e per sentieri alpestri" come è attestato da diverse fonti (22), alcune risalenti al secolo VIII.
Per il santuario di Leuca le notizie di pellegrinaggi sono molto più tarde. L'anno 1300, si afferma nelle Cronache di Lecce, «venne in Lecce ... un pellegrino oltremontano che andava alla perdonanza di Santa Caterina [di Galatina] e di S. Maria di Leuche" (23); dove quel 1300 indica il secolo tutto e non un anno particolare, non foss'altro che la chiesa di Santa Caterina fu fondata nell'ultimo decennio di quello stesso secolo (24). Ancora dopo, siamo nel 1456, secondo il Coniger, il sovrano aragonese "mandao certi penitentiali vestiti de bianco per tutte le pendonancie fieni a Santa Maria de Leuche per applicare l'ira di Dio" (25). Un'altra citazione, posteriore di circa un secolo, chiarisce qualche elemento utile alla nostra ipotesi: è l'anno 1562, il 14 d'aprile, a Galatina, "fu ammazzato Scipione Scalfo avanti la porta de Cotrofiano, quando veniva de Leque [Leucaj con la confraternita de San Giovanni" (26). La porta in questione, da dove cioè entravano questi pellegrini della confraternita galatinese, è quella rivolta verso Sud, in direzione Sogliano-Cutrofiano, detta anche di S. Caterina per la vicinanza con l'omonima chiesa gotica (27). Per Leuca, dunque, si segue un percorso che, superato in qualche modo l'abitato di Cutrofiano, si insinua, in direzione di Supersano, proprio nel nostro percorso di crinale che dovette perciò funzionare anche come direzione obbligata dei flussi di pellegrini verso Leuca e provenienti da Nord, da Lecce-Galatina.
Il rafforzamento di questa funzione non deve essere avvenuto anteriormente alla fine del secolo XIV quando a Galatina si costituisce quell'importante nucleo cultuale rappresentato dalla chiesa francescana di S. Caterina d'Alessandria. Ciò non toghe che quest'asse non fosse caricato, anche prima, della medesima funzione. Quest'intuizione è tuttavia importante perchè testimonia l'importanza assunta da Galatina come centro dei maggiori interessi orsiniani e per converso conferma la decadenza di Soleto che nello stesso tempo si trovò decentrata rispetto a questi flussi (28).
Se tutto questo è vero, allora e per un certo periodo di tempo, gli editici di culto incardinati sul percorso di crinale: S. Maria di Sombrino-Madonna di Coelimanna-Madonna della Serra-cappella di S. Elia, dovettero funzionare anche come luoghi di sosta dei pellegrini sul cammino verso il santuario di Leuca.
Nella cappella di S. Maria di Sombrino così come ora si presenta, demolita l'antica abside, il presbiterio medievale è stato trasformato in una specie di pronao aperto, addossato al corpo dell'edificio; sulle sue pareti esistono ancora tracce di più strati di affreschi e decine di iscrizioni; in una, sulla seconda nicchia a sinistra, con eleganti caratteri è inciso il nome di ANTONIUS RAUS che corrisponde sicuramente a quel "frate Antonio Rao romita" ricordato dal Taselli che affrescava nel '600 questi speciali edifici di culto (29); nella stessa sede lo storico cappuccino assegna lo statuto di santuario antico a diversi edifici di culto del basso Salento, tra cui "S. Maria della Serra in Ruffano" (30).
Ma sull'antichità del nostro edificio è quasi impossibile far luce; l'unica cosa certa, a non voler proprio prestare fede alla remota antichità attribuitagli dal Tasselli, è che il sito, come abbiamo visto, fu frequentato fin dall'età preistorica e insiste su un percorso tra i più antichi di tutto il basso Salento. Nel medioevo bizantino ebbe probabilmente la medesima evoluzione della chiesa-cripta della Coelimanna, ossia dall'originario insediamento in rupe di culto greco si sviluppò un edificio subdivale di rito latino, nucleo nell'attuale cappella, più volte ricostruita. Qui il 3 luglio 1648 Carlo Brancaccio, principe di Ruffano, fondò un semplice beneficio ecclesiastico de jure patronatus laicorum sotto il titolo, appunto, di S. Maria della Serra (31). La dotazione fu consistente, comprendendo numerosi capitali censi e beni immobili tra cui diverse possessioni olivate nei territori di Ruffano, Scorrano e Salve (32). Nel 1730 il patrimonio del suddetto beneficio ammontava a 437 ducati secondo la valutazione di Oronzo Pio di Ruffano (33). I Brancaccio avevano il diritto di nominare il cappellano che il 1753 era il reverendo Michele Arnisi di Ruffano.
Nel 1840 il beneficio apparteneva ancora alla medesima famiglia; da Napoli, infatti, si inviava quell'anno una lettera al vescovo di Ugento per richiedere "l'intero processo che riguardava detto beneficio", onde procedere al sequestro dei relativi beni e rendite, così come richiesto dai Brancaccio alla "Consulta di domini di qua dal Faro" (34). E' probabile che in seguito all'istituzione del seicentesco beneficio la cappella abbia subito qualche intervento, attualmente non meglio precisabile; comunque l'edificio era stato stabilmente collocato al centro della pietas ruffanese, prova nei sia un passo del testamento del ricco medico Aloisio Piccinni, dettato il 1725 (35), nel quale si legava la somma di otto ducati per una "processione misteriosa" a S. Maria della Serra: probabilmente è da vedere in questa disposizione la nascita, se non la riconferma, della processione che si effettuava, come sotto altre forme ancora si effettua, con i simboli dei "misteri", nel periodo pasquale.
Qualche anno avanti, precisamente il 1714, nella nostra cappella o, più probabilmente in quella denominata S. Maria della Sanità, che è ai piedi della Serra, anche questa recentemente restaurata, qualcuno aveva eseguito degli "esecrandi" scavi con lo scopo di trovare "un tesoro". L'atto sacrilego attirò addirittura l'attenzione degli ufficiali della Elegia Udienza di Lecce (36), ma non conosciamo gli sviluppi successivi della faccenda.
Più di adesso la cappella era circondata da lembi di fitta boscaglia che spuntava dalla superficie rocciosa della Serra (37) dove si esercitava liberamente la caccia, una delle risorse principali delle popolazioni locali, a differenza del sottostante, vasto, bosco di Belvedere. In un documento del 1769 alcuni cacciatori dichiarano infatti che in questo territorio, come in quello "rustico di Collepasso... si portavano a caccia con cavalli e cani con schioppi... senza che mai fossero stati impediti o molestati per tal caccia, tanto più che in questa Provincia... non v'è stata mai come che non vi è caccia riserbata"; normalmente, in questo periodo, si trattava di "caccia de lepri" (38). E alla caccia, salendo per S. Maria della Serra, si ricorreva in periodi difficili come quando, erano i primi mesi del 1692, Ruffano "con tutto il Capo", fu più volte coperta da "una gran quantità di neve, che arrivò quasi da tre a quattro palmi, dalla quale nacque un danno notabilissimo all'ulive ma anche perchè morivano in tutte le masserie una gran quantità di bestiame" (39). Inconvenienti che dovevano pesare al romito o oblato che nell'antica torretta di guardia custodiva la cappella della Serra analogamente a quanto accadeva a Sombrino (40); oblati che spesso erano sui generis come quel Pietro Guglielmo che il 1709 si rifiutò di pagare all'Università di Ruffano i fiscali adducendo a motivo il fatto di avere "la grazia del glorioso S. Paulo, di sanare e guarire le morsicature dell'animali e serpi velenosi e per tale effetto molti altri sindaci antecessori... non l'avevano fatto pagare"; gli amministratori del tempo furono però di diverso avviso e portarono la questione addirittura nella Regia Camera della Sommaria (41).
Scarse notizie, ma non trascurabili, ci offre la visita pastorale effettuata quell'anno dal vicario apostolico della diocesi ugentina; il visitatore, per la prima volta, identifica la nostra cappella col titolo di Mater Domini notandovi, all'interno, un affresco "raffigurante il Crocifisso con la Vergine Piangente e Maria Maddalena" (42).
Il De Giorgi ci dà notizia di rifacimenti ottocenteschi - probabilmente quando si rifece la volta - avvenuti verso il 1831 aggiungendo che "i restauri cancellarono il vecchio" (43). Altri lavori furono eseguiti nel 1910 come risulta da quest'epigrafe collocata sul retrospetto della cappella: TEMPI,UM HOC / BB. MARIA E VIRGINI A MONTE / DICATUM / EPIPHANIUS COLETTA / PROPRIO AERE RESTAURAVA / MCMX. Lo stesso Coletta che proprio sulla Serra possedeva terreni e una piccola villa, è così ricordato in un'altra iscrizione posta sulla mensa dell'altare maggiore: PER / DIVOZIONE / DI EPIFANIO / COLETTA / MCMX, millesimo utile per datare quest'altare che in forme contenute riprende motivi barocchi.
Attualmente la cappella si presenta secondo gli ultimi, radicali, restauri del 1991. Questi interventi, all'esterno, hanno evidenziato le due diverse e fondamentali fasi costruttive che oggi caratterizzano l'edificio. La parte anteriore con la facciata, infatti, è stata lasciata con il parametro murano a faccia vista, con i corsi regolari dei conci tufacei. A voler azzardare una datazione di questa parte, è da osservare, sul prospetto, la soluzione agli angoli delle lesene, risolta come l'analogo motivo del casino di caccia che il 1777 Emanuele Manieri disegnò, nel vicino territorio di Torrepaduli, per il barone di Corsano (44). Probabilmente il De Giorgi si riferisce a questa parte quando parla dei restauri del 1831; tuttavia anche se la facciata può essere anteriore, risale sicuramente a questo periodo il frontone spezzato con le due stanche volute laterali. A questa fase appartiene inoltre il campaniletto a vela che sovrasta la monofora strombata.
Il corpo posteriore, indubbiamente più antico, all'esterno si presenta intonacato.
Internamente l'edificio si articola in un unico ambiente a sviluppo longitudinale animato da robusti e bassi pilastri sui quali si impostano le volte a stella; il pavimento è interamente coperto da piastrelle riggiolate, imitazione di quelle napoletane del XVIII secolo, eseguito per devozione della famiglia Fiorito, come si legge all'ingresso e ai piedi della mensa: A MEMORIA / DI / PASQUALINA FIORITO / RUFFANO / MCMXCI.
Dell'altare maggiore si è già detto; ma è utile spendere qualche minuto d'attenzione per la curiosa decorazione, forse ottocentesca, della cornice che inquadra la recente tela, specialmente per i due bizzarri grifoni laterali, eccellente quanto assurdo prodotto di un anonimo scalpellino locale.
La facciata anteriore di uno dei pilastri che sorreggono le volte contiene probabilmente l'elemento più interessante di quest'interno. Si tratta di un affresco cinquecentesco, restaurato alla fine del XVIII secolo dal non più sconosciuto affreschista che corrisponde al nome di Antonio Marcino (45), raffigurante la Madonna del latte: leggermente inclinata e avvolta nei suoi ampi panneggi, la Vergine stringe con la sinistra il Bambino adagiato su un cuscino azzurro decorato da galloni e fiocchi dorati, mentre con la destra gli offre, con trepidazione tutta materna, la mammella. Il tipo iconografico rappresentato in quest'affresco costituisce una delle immagini popolari che ebbero più successo nell'Europa tre-quattrocentesca (46); di origine è orientale, derivando dalla Virgo Galaktotrophusa (che nutre col latte), le cui immagini circolavano nella penisola già nel XII secolo (47). La Madonna del latte di Ruffano, come si è detto, e tarda; ciò non toglie che possa essere la riproposizione cinquecentesca di un'immagine molto più antica di origine bizantina, come quella, per esempio, affrescata a S. Lucia delle Malve a Matera, probabilmente del XIII secolo (48). Da questo tipo iconografico, com'è noto, ebbe origine quello comunemente definito come Vergine del Purgatorio o Vergine della Grazia (49).
Isolata sulla sommità della Serra la nostra cappella è ora un'oasi di pace e di serenità; da Ruffano è raggiungibile per una strada asfaltata a tornanti; a piedi può essere raggiunta dall'antica mulattiera scavata nei fianchi dell'altura e individuata da muretti a secco, a tratti sbrecciati, dai quali spuntano annose querce. Lungo il pendio la pietas dei ruffanesi ha collocato le stazioni della Via Crucis scolpite nella pietra da Rocco Nuzzo per ribadire che, dopo millenni, questi, per i ruffanesi, sono ancora percorsi e luoghi dello spinto (50).
Note
1 c. De Giorgi, La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, I, Lecce 1882, Galatina 1975, p. 152.
2Ibid.,pp. 159-160.
3 Lo schizzo in questione è stato pubblicato in c. De Giorgi, La Provincia di Lecce, Disegni illustrativi, a cura di L. Galante, Galatina 1989, p. 124; il disegno è del 30 dicembre 1879 ed ha la seguente didascalia: Cosimo De Giorgi dis(egno) dal vero - Supersano-Serra. Pineta del bosco di Belvedere.
4 I modi e i tempi di questa trasformazione del paesaggio, specialmente sotto l'aspetto colturale, sono stati analizzati in A. De bernart, M. cazzato, La masseria Mariglia di Ruffano. Il recupero di un bene ambientale Galatina 1992, specialmente alle pp. 17-41 (Le trasformazioni del paesaggio a Ruffano in età moderna); analoga analisi, per il territorio di Matino, è stata condotta in G. schivano, Matino natura ed arte. Una comunità meridionale nel '700, a cura di M. cazzato, Galatina 1992, pp. IX-LXV e 127-142.
5 Gran parte della bibliografia locale sugli edifici di culto mariani, particolarmente extraurbani, è raccolta nel recente volume curato da M. spedicato, Arte e culto mariano nel Salento. L'Immacolata di Carmiano, Lecce 1993; ma per la novità dell'impostazione è indispensabile segnalare, specialmente dal punto di vista metodologico, il saggio di A. prosperi, Madonne di città e Madonne di campagna, in AA.VV., Culto dei santi, istituzioni e classi sociali in età preindustriale, L'Aquila-Roma, 1984. Per i titoli mariani nella diocesi di Ugento cfr. S. palese, Per la storia religiosa della diocesi di Ugento agli inizi del Settecento, nel quarto volume degli Studi Chiarelli, Galatina 1976, specialmente alle pp. 314-326, da aggiornare, almeno per quanto riguarda il caso di Taurisano, con Architettura medievale in Puglia S. Maria della Strada a Taurisano, a cura di M. cazzato, A. De bernart, Galatina 1992.
6 Su quest'insediamento rupestre, ricco ancora di affreschi, i più antichi risalenti alla fine del XIII secolo, cfr. A. VENDUTI, Architettura bizantina nell'Italia meridionale, I, Napoli 1967, p. 244; più recentemente AA.VV., Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento, Galatina 1979, pp. 205-211.
7 G. CANIGGIA, Strutture dello spazio antropico. Studi e note, Firenze 1976, da p. 189.
8 Ibid,p. 191.
9 Per rimanere nel nostro territorio ricordiamo l'ingombrante caso del Bosco di Belvedere i cui relitti erano visibili ancora il secolo scorso; cfr. AA.VV. La questione demaniale in Terra d'Otranto nel XIX secolo Galatina 1985; più recentemente M. MAINARDI, // Bosco di Belvedere, in "Lu Lampiune", V, n. 3, 1989, pp. 107-115, alla cui abbondante bibliografia bisogna aggiungere, almeno, N. CORTESE, Feudi e feudatari napoletani della prima metà del Cinquecento, Napoli 1931, per alcune informazioni non certamente marginali: ma è un argomento che merita ulteriori scavi archivistici.
10 Per questi ritrovamenti cfr. M. T. GlANNOTTA, Supersano (loc. Falconiera) evidenze di
occupazione tardoantica, e A. PlCClNNO, Tracce
di insediamenti preistorici in contrada Falconiera
(Supersano), entrambi in AA. VV., Studi di Antichità, 6, Galatina 1990, rispettivamente alle pp.
299-309 e 35-57.
11 Per i rinvenimenti archeologici in questa località che si trova su una modesta elevazione qua
si sull'incrocio della strada Ruffano-Cardigliano
di Sopra con la Miggiano-Taurisano, cfr. C. Pagliara, Note di epigrafia salentina IV, in AA.VV., Studi di Antichità, 2, Galatina 1980, pp. 221-
225 e le tavv. 74-76.
12 Cfr. G. De Giorgi, Le specchie di Terra
d'Otranto, in "Rivista Storica Salentina", 1905,
pp. 327-329, articolo riproposto, relativamente alla nostra area, nella seconda appendice. Per il
trullo Ferrante cfr. L. Ponzi, Monumenti della civiltà contadina del Capo di Leuca, Galatina 1981,
pp. 32-33.
13 Sull'argomento la bibliografia è vasta anche
se la ricerca non sembra aver approdato a risultati
definitivi; su questo si possono leggere con profitto i saggi contenuti in AA. W., Il passaggio dal
dominio bizantino allo stato normanno nell'Italia
meridionale, Taranto 1977, specialmente il saggio
di A. GuiLLOU, Longobardi, bizantini e normanni nell'Italia meridionale continuità o frattura?,
pp. 23-61.
14 Cfr. G. uggeri, La viabilità romana nel
Salento, Mesagne 1983, pp. 129-228; per questi collegamenti istmici cfr. A. costantini, Vicende del popolamento e trasformazioni del territorio, in A A. W., Dinamiche storiche di un'area del Salente, Galatina 1989, pp. 1-128.
15 Precisamente dal 1218, cfr. D. Vendola,
Documenti tratti dai registri vaticani, I, Trani
1963, p. 86; C. D. poso, Il Salento normanno,
Galatina 1988, pp. 81, 94, 145; V. zacchino, in
Dinamiche storiche cit., p. 160, scheda sul casale
scomparso di Sombrino.
16 Conservata, insieme con la relativa planimetria redatta quell'anno da Alessandro Mazzei nell' Archivio di Stato di Lecce (ASL).
17 Cfr. D. vendola, Documenti, cit., p. 86.
18 Per tutti questi edifici cfr. M. cazzato, A.
De bernart, Architettura medievale in Puglia. S.
Maria della Strada a Taurisano, cit., da p. 23.
19 M. TOCCI, Problemi di architettura minorità: esemplificazioni in Puglia in "Bollettino d'Ar
te", LX, 1975, nn. III-IV, p. 201.
20 Cfr. C. SlGLIUZZO, Leuca e i suoi collegamenti nel basso Salento, in "Nuovo Annuario di
Terra d'Otranto", 1, Galatina 1957, pp. 73-76.
21 La bibliografia sul santuario di S. Michele è
raccolta in la Montagna Sacra. San Michele
Monte Sant'Angelo il Gargano, a cura di G. B.
Bronzini, Galatina 1991.
22 G. UGGERI, Il Salento nel Medioevo, in AA.VV., Salento porta d'Italia, Galatina 1989, p. 233.
23 Cfr. G. vallone, Una nuova bolla di Santa Caterina in Galatina, in "Bollettino storico di
Terra d'Otranto", 2, 1992, p. 193-194.
25 Cfr. Le cronache di Messer Antonello Coniger, Brindisi 1700, p. 13.
26 Cfr. F. G. VACCA, Un'inedita cronaca galatinese del Cinquecento in "Annali" dell'Univer
sità di Lecce-Facoltà di Lettere e Filosofia e Magistero", I (1963-64), Lecce 1965, p. 178.
Che il percorso fino a Leuca fosse accidentato e comunque pericoloso si ricava da un passo documentario nel quale si accenna alla morte di tale Antonio Pignataro di Gallipoli proprio durante il pellegrinaggio "della Visitazione della Madonna di Leuche nel Capo", cfr. ASL, 40/13, 1698, atto del 31 agosto.
27 Per l'identificazione di questa porta e sulle
sue vicende cfr. AA. W., Guida di Galatina, Ga
latina 1994, pp. 43-87.
28 La questione dell'importanza assunta nel
'300 da Galatina nei confronti non solo di Soleto,
può trovare in queste dinamiche territoriali uno degli elementi - uno dei tanti - di spiegazione; su
quest'aspetto cfr. Guida di Galatina cit., pp. 122-126.
29 Cfr. L. tasselli, Antichità di Leuca, Lecce 1693, p. 137-138.
30 Ibid., p. 138.
31 Nell'Archivio diocesano di Ugento è conservato un grosso fascicolo indicato come Ruffani
1648 Beneficialia sub titulo B. Mariae Virginis
della Serra de familia Brancaccio.
32 Ivi, da f. 77.
33 Ivi, p. 85.
34 La lettera in questione, che riguarda il "Cavaliere Don Giuseppe Brancaccio", è conservata
nel fascicolo citato nella precedente nota; da questo non si conosce l'esito della richiesta di sequestro; è riprodotta nella prima appendice.
35 Su questa figura di spicco della società ruffanese nel primo '700 cfr. A. De Bernart, M.
Cazzato, Ruffano una chiesa un centro storico,
Galatina 1989, da p. 153.
36 La vicenda, della quale non siamo meglio
informati è in ASL, 79/3, atto del 30 agosto 1714.
37 Dall'Onciario di Ruffano, del 1750, si possono individuare le essenze principali che popolavano questa boscaglia; cfr. per esempio, i ff. 275r
e 275v.
38 Cfr. le due dichiarazioni sull'argomento offerte il 22 e il 29 giugno 1769, conservate in ASL,
55/7, 1769.
39 ASL, 79/2, 1692, atto del 21 maggio.
40 Del 1776 è il testamento di Felice Palma"dimorante in qualità di oblato nella chiesa di
Sombrino... in una piccola casa attaccata alla
chiesa", cfr. ASL, 79/4, atto del 12 aprile 1776.« Tutta la vertenza è in ASL, 79/3, 1709 ai ff. 146r-151r.
42 Cfr. A. De Bernart, Le antiche chiese di
Ruffano nella visita pastorale del 1711 di Mons.
Tommaso De Rossi, Ruffano 1989, p. 3; inoltre G.
Ruotolo, Ugento Leuca Alessano, Siena 1969, p.
248.
43 C. De giorgi, La Provincia cit., p. 159.
44 Cfr. M. cazzato, L'ultima attività di
Emanuele Manieri in Ruffano cit., pp. 179-184.
45 Sconosciuto definivamo quest'artista nello
scoprire che suo era l'affresco di S. Anastasia nel
l'omonima cappella nel territorio di Marino, cfr.
A. De Bernart, M. Cazzato, Una fondazione
bizantina nel Basso Salento S. Anastasia a Marino,
Galatina 1990, p. 30; successivamente scoprivamo
la tela che dipinse e firmò il 1770 per l'altare maggiore della chiesa di S. Lorenzo a Ugento e gli affreschi coevi della cappella della masseria Macrì non lontano dalla cappella di Sombrino, in territorio di Supersano, nei quali, forse per non aver subito ritocchi, emerge un'abilità non ravvisabile nell'esperienze precedenti.
46 Cfr. P. scaramella, Le Madonne del Purgatorio. Iconografia e religione in Campania tra
rinascimento e controriforma, Genova 1991, p. 33.
47 Ibid, da p. 37; inoltre V. LAZAREFF, Studies
in the iconography of the Virgin, in "The Art Bulletin",20, 1938, pp. 26-65.
48 Riprodotta alla fig. 55 di AA. VV. Arte in
Basilicata rinvenimenti e restauri, a cura di A.Grelle Iusco, Roma 1981, p. 31.Non si dimentichi che Ruffano, ancora nel 1577, era una delle
poche località salentine dove si parlava "greco et
italiano insieme et dove sono preti greci et latini
insieme" cfr. P. coco, Vestigi di grecismo in Terra d'Otranto, in "Roma e l'Oriente", XI, 1916, p.
45.
49 P. Scaramella, Le Madonne cit., specialmente il secondo capitolo da p. 66.
50 I titoli salentini dedicati alla Madonna della
Serra, almeno oggi, non sono pochi nè numerosi,
anche se è necessario ricordare che il titolo vale
quanto quell'altro della Vergine dell'Alto o del
Monte assai più frequente. Comunque esistono
titoli del genere nel territorio di Giuggianello, alle falde della Serra di Minervino che il De Giorgi, in
op. cit., I, p. 271, lo dice dedicato all'Assunta o alla Madonna dei Poveri. Un'altra, di piccole dimensioni, è nel territorio di Uggiano la Chiesa ai confini di quello di Minervino, cfr. A. Di PlERRO, Storia e costumi di Uggiano la Chiesa, Galatina 1991; nei pressi di questa cappella è tradizionalmente collocata la morte del conte Giulio Antonio Acquaviva nel corso degli avvenimenti otrantini del 1480-81, cfr. per quest'episodio, F. TATEO, Chierici e feudatari nel Mezzogiorno, Bari 1984, pp. 50-68. Più conosciuta è la chiesa di S. Maria della Serra presso la marina di Tricase già nominata sul finire del XVII secolo da A. MICETTI, nelle sue manoscritte Memorie storiche della città di Gallipoli, la cui parte relativa a Tricase è stata di recente pubblicata a cura di A. COFANO ANDRIOLO come supplemento a "Rassegna Salentina", II, n. 1, 1977, p. 22; inoltre A. PEROTTI in Storie e storielle di Puglia, Bari 1958, p. 226; non aggiunge nulla di nuovo F. MONASTERO SUMMONTE, Un canto sulla marina della Serra ed un breve cenno di Tricase, Maglie 1894. C'è da osservare che quest'edificio è una tipica chiesa fortificata del secolo XVI. Un piacevole resoconto di una visita ecologica alla Madonna della Serra di Ruffano è l'articolo di M. MAINARDI, Le Madonne della Serra, in "Titivillus" del 15 gennaio 1992, p. 5. Completamente ricostruita è l'omonima cappella in territorio di Botrugno, cfr. V. PAPA, Botrugno da Casale a Comune, Cavallino 1989, pp. 40, 220-221.
Aldo de Bernart e Mario Cazzato
Tratto da "S.Maria della Serra a Ruffano, note di geografia e di storia del territorio" di Aldo de Bernart e Mario Cazzato, Congedo Editore, Galatina 1994.
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Alcune foto della Chiesa della Madonna della Serra |
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