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Il culto nella storia
L'altare maggiore della CHIESA SANTUARIO di S. Rocco in Torrepaduli è ornato da una grande tela di Giovanni Grassi, datata 1851, raffigurante il Taumaturgo tra gli appestati, sulla quale si trova la seguente epigrafe latina:
D. O. M.
DIVO ROCHO SACELLUM
HOC ANTIQUA IVIUM PIETAS
RECENS FIDELI M. DEVOTIO ...
TESTIS FAEC. E. M. DTGIORUM OC
CASIONE MOTA EREXIT UNA
AMPLIAVIT ALTERA
A. D. MDCCXXXVIII.
Un attento esame effettuato, oltre a stabilire la necessità d'un oculato restauro, conferma la presenza dell'intervento maldestro dell'artigiano che, con una mano di gesso, ha finito con l'occultare alcune lettere, modificando per fortuna solo marginalmente il senso dell'intera epigrafe: la data del 1738 si riferisce solo all'ampliamento della cappelletta originaria. Ai due lati dell'altare sono collocate le statue di S. Oronzo, a sinistra, e quella di S. Sebastiano, a destra. Sappiamo, infatti, per via di un documento che A. de Bernart pubblica in questo volume, che il culto per S. Rocco è attestato in Torrepaduli sin dal 1531, in una cappella o oratorio dedicata ai santi Rocco e Sebastiano. Come infatti avvenuto in diverse altre aree d'Europa, non dissimilmente dal Basso Salento, il culto di S. Rocco si era affiancalo a quello di S. Sebastiano, patrono degli appestati, poi sostituendolo. Nella visita pastorale di Mons. Tommaso de Rossi, compiuta a Torrepaduli nel 1711, dopo aver descritto l'ingresso e la visita all'altare maggiore della Chiesa parrocchiale "S. Concezione della B. M. V. Immacolata", il prelato, citando l'elenco degli altari presenti, fa riferimento anche al culto tributato a S. Sebastiano e S. Rocco (1).
Utilissima alla nostra ricerca risulta la citazione del cullo tributato a S. Sebastiano, testimoniato anche da un dipinto su tela nella Cappella "extra Matricem" di S. Maria delle Grazie, del 1634. e a santi quali S. Oronzo, S. Teodoro, S. Francesco, S. Gaetano, S. Martino. E ad ulteriore conferma della devozione degli abitanti del centro per S. Sebastiano, il De Rossi ricordava la presenza nella Chiesa Matrice di un'immagine del Santo, posta '"sotto l'organo", "in parrete depicta", affresco del 1590, donalo dalla Famiglia Frisullo.
Traccia del culto ai santi trovasi proprio nella Matrice di Torrepaduli, dedicata a M. SS.ma Immacolata, che porta in una formella la data del 1554, come ha osservato A. de Bernart (2).
L'altare dedicato a S. Teodoro martire, protettore di Torrepaduli, datato 1596, ma certamente insistente come luogo di culto su una antica grancia basiliana, ed i puntuali festeggiamenti fatti ogni anno, il nove di novembre, dalla locale comunità, sono segni di quanto fosse radicata la devozione per questo santo (3). E se la fede odierna si manifesta nelle manifestazioni liturgiche in lingua italiana, perchè in ossequio alle innovazioni accolte dal Concilio Ecumenico Vaticano II, quella degli antenati, non meno solida, era espressa con il canto, in lingua latina, della novena e dell'Ufficio di S. Teodoro Martire (4). Accanto al santo martire romano, anche S. Rocco è venerato a Torrepaduli con fede non meno profonda.
Spesso anzi, i due santi sono accomunati anche nell'iconografia popolare, come è testimoniato nell'attuale centro storico, in via Tancredi, in cui campeggiano due icone, ricavate nel muro esterno d'una abitazione, raffiguranti l'una S. Teodoro e l'altra appunto S. Rocco.
Ad eccezione d'una copia del 1637 d'una Visita Pastorale compiuta nella Terra di Ruffano, bisognerà giungere al 1720 per rinvenire traccia in Torrepaduli di documenti che attestino la presenza episcopale (5).
Più fortuna hanno avuto le ricerche effettuate nell'Archivio Diocesano di Ugento, circa il culto di S. Rocco in Torre nel secolo XIX: l'otto marzo del 1838, mons. Francesco Bruni, vescovo di Ugento, annotava affermando d'aver visitato la Chiesa di S. Rocco e d'aver riscontrato tutto in ordine (6).
Ma già mons. Camillo Alleva, nella sua prima Visita Pastorale del 1819 - '21 nella Parrocchia di Torrepaduli, aveva citato la Chiesa di S. Rocco, compilandone l'inventario (7), insieme alla Matrice, alla Cappella delle Grazie, dentro l'abitato, nella strada detta "del Casale" e quella, in campagna, detta di "S. Giovanni Battista", e di S. Michele "nella Ammassa ria della Vania". Quando sarà partilo il bisogno d'invocare il Santo di Montpellier presso i Torresi?
Un'ipotesi suggestiva, ma non poi tanto lontana dalla verità, può essere costituita dalla presenza dei contagi di peste e la loro diffusione nel Napoletano nel secolo XVI.
Le cronache ricordano la virulenza delle pesti scoppiate a Messina nel 1523 ed a Palermo nel 1575 (8). La relativa vicinanza delle coste pugliesi e la concreta possibilità di diffusione del morbo via mare non sono elementi da trascurare.
Il 1575 e la terribile peste propagatasi per tutta l'Italia, forse causata da una strana siccità e dall'eccessivo caldo, debbono indurne a riflettere molto. II Trentino e la Lombardia erano state devastate dalla terribile malattia. La stessa città di Venezia fu colpita, nel 1576, da una esiziale mortalità, dove si contarono ben settantamila vittime (9). I contatti marittimi e commerciali dei Veneziani con i porti e le cittadine del Basso Adriatico e del Salento) potevano benissimo costituire vettore di contagio.
È molto probabile dunque che anche le popolazioni dell'antico casale di Torre della Pachila, non siano sfuggite alla virulenza di tale malattia. Ed il ricorso al Santo pellegrino poteva costituire rifugio nella prova e sollievo nel pericolo mortale.
Ottant'anni dopo, una nave di soldati spagnoli aveva portato il morbo nella città di Napoli. Qui, in pochi giorni, s'erano spenti quindicimila cittadini, ivi compresi i becchini, sostituiti, per decreto del governo, dagli schiavi turchi delle galere del porto a far da carrettai per il trasporto dei cadaveri. A quella pestilenza, cessata per le preghiere a S. Rocco di tutta la popolazione, risale la delibera del municipio napoletano, di recarsi in "forma pubblica" ad assistere alla messa solenne nella chiesa del Santo e di offrire, il 16 di agosto, sette torce di cera lavorata "alla Paulina". Le cronache riferiscono che "per durevole riconoscenza non vi fu città, terra o villaggio di quel reame in cui non sorgessero chiese, cappelle, altari dedicati al suo culto" (10).
Sul finire dell'estate del 1690, una nave proveniente da Cattaro, dove infuriava una orribile pestilenza, sbarcata a Conversano e Monopoli, riusciva a smerciare merci infette. Il contagio si diffuse in tutta la Puglia e la Campania dove morirono specialmente donne e bambini.
Nel 1836 il colera era piombato sulla città di Napoli; nell'estate seguente, dopo una breve pausa, il morbo aveva mietuto tante vittime, dodicimila, che si dovette provvedere alla costruzione d'un nuovo cimitero, denominato dei "colerosi". Novemila furono i morti nelle esplosioni coleriche del 1854-55. Cessato il morbo, i cittadini napoletani, dopo aver più volte constatato il patrocinio di S. Rocco, assieme al Sindaco, consezienti il Card, arcivescovo Riario-Sforza e Ferdinando II, Re delle due Sicilie, vollero elevarlo a patrono della città. Il 24 luglio 1856, Pio IX accoglieva le suppliche di popolazione ed autorità, dichiarando S. Rocco compatrono della capitale.
Tanto avveniva in Napoli, ma non molto diverse dovettero essere i bisogni materiali e le afflizioni d'ogni genere all'insorgere di malattie contagiose in contrade, come quella di Torrepaduli, oltremodo bisognosa di scambiare i propri prodotti agricoli, quali l'olio, il vino, ecc., con merci e manufatti acquistati nei porti viciniori come Gallipoli. Ma grandi erano i rischi di contrarre contagi ed ancor più impellente il bisogno di collegarsi al divino per mezzo della protezione del Santo di Montpellier.
Riferimenii cronologici
La devozione e il culto di S. Rocco nella Chiesa-Santuario in Torrepaduli risalgono dunque, come ampiamente dimostrato in questa sede al secolo XVI e precisamente al 1531. Ma la chiesetta rurale d'un tempo aveva subito costituito centro di fede per gli abitanti del casale e meta frequentatissima di pellegrinaggi e celebrazioni ferragostane puntuali e commoventi.
Al 1738. cui fa riferimento l'epigrafe latina che sormonta la tela del Grassi, sull'altare maggiore, risale l'ampliamento, voluto dalla pietà dei devoti.
Nel 1875 l'arciprete Caracciolo aveva realizzato, con le offerte dei fedeli, il pavimento a mosaico della vecchia sagrestia, attuale presbiterio.
Nel 1891 l'arciprete mons. Rocco Monsellato, sempre con i proventi delle offerte dei fedeli, aveva fatto installare l'attuale pavimentazione musiva (11).
Nel 1941 l'arciprete Don Nicola Musco aveva comprato la casa, sede dell'asilo infantile, presso cui delle religiose, le Figlie della Madonna di Leuca, avevano prestato servizio nel Santuario ed educato generazioni di bambini, indirizzati all'esercizio del bene ad al rispetto dei valori dell'uomo.
Il 15 novembre 1952, con D.RR. di Einaudi, controfirmato da Scelba, la Chiesa di S. Rocco veniva riconosciuta Ente Morale, assumendo la denominazione di Chiesa - Santuario. Il riconoscimento, per lungo tempo atteso e sollecitato ingenerava entusiasmi e giusta soddisfazione nei pellegrini, nei sacerdoti della Curia e del Rettore, Don Vito Lecci (12). Accesasi così la possibilità di accettazione di donazioni, di legati, di compravendite, si potè pensare ad un ulteriore ampliamento. Su progetto donato dall'arch. Antonio Provenzano e su direzione dell'arch. Giuseppe Alemanno, nel 1958 erano stati realizzati i lavori dell'arretramento dell'altare maggiore, la costruzione di una nuova sagrestia e della scala per accedere al campanile, dotato anche, nel 1959, d'una campana nuova offerta dal maresciallo di G.d.F. sig. Italo Gottardo (13).
Nel 1959 erano state costruite, ad opera delle maestranze della Ditta Fratelli Inguscio (14), le due sale affiancate al Santuario, per le confessioni e per le offerte. Quest'ultima accoglie ora in maniera decorosa la statua lignea del Santo (15).
Nel 1965 Don Vito Lecci aveva acquistato dal dr. Gabriele Frisullo 1.200 mq. di suolo per la realizzazione della "Casa del pellegrino" o "Casa Madonna Assunta".
Nel 1994, per iniziativa del solerle Don Giuseppe Indino, rettore del Santuario, veniva data decorosa sistemazione logistica all'attuale sagrestia, ricavala in un locale, adibito un tempo a deposito - cantoria, e contrassegnata dal recupero d'una interessante volta a botte dalla caratteristica pietra di carparo a vista ed un utilissimo lucernario.
Il 15 agosto 1994, la sala, adibita alla conservazione della statua del Santo, veniva dotala di tre artistiche vetrate, opera del maestro Giousè Imperiale, da Mutino. Il gioco policromo di luce e colori del sole al tramonto mette in risalto la prima vetrata, in cui S. Rocco soccorre un bambino ammalato, tra le braccia del padre; la seconda in cui egli riceve conforto dal cane nel bosco di Sarmato; la terza, infine, quella in cui il Santo è soccorso in carcere da un angelo: un altro messaggero celeste ricorda al visitatore la potenza di S. Rocco preso il trono di Dio con il classico: Eris in peste patronus.
Dei tre altari presenti nella Chiesa, il primo sulla destra c dedicato al "Battesimo di Gesù", sormontalo da una tela (cm. 1,47 x 1.07), siglata "D. P. LEUZZ1 P.E.A.D. - 1885", con lo stemma di famiglia, un albero tra due leoni; il secondo sulla sinistra è dedicato a "S. Lucia", altare provvisto di una tela (cm. 1,87 x 1,03) con scritto, in basso sulla sinistra, "Per divozione di Paola Passaseo - 1874" il terzo, l'altare maggiore, consacrato il 29. 04. 1995 da Mons. Domenico Caliandro, vescovo della diocesi Ugento-S. Maria di Leuca.
L'arch. Adalgisa Garrapa, interpretando i criteri stabiliti dalla Sovrintendenza alle Belle Arti della Regione Puglia, ideava un'altare in pietra leccese, caratterizzato da una sobria greca di rombi, eseguito dallo scalpello di Donato De Francesco, di Tricase.
Folclore e tradizione
Se massiccia è la presenza del culto di S. Rocco nella toponomastica in Italia, dimostrata dal nome del Santo dato a ben ventotto comuni e trentasei frazioni e dalla presenza di ben tremila tra chiese, cappelle ed oratori, non minore è la sua consistenza nell'csplorare il mondo del folclore, della tradizione e delle manifestazioni religiose in Torrepaduli.
Proprio qui, durante i festeggiamenti del 15 e 16 agosto in onore di S. Rocco, sono ancora numerosi i pellegrini che amano acquistare il "ventaglio" con l'effigie del Taumaturgo e le "zagareddhe", nastri multicolori, con cui adornano biciclette, moto ed i riccioli dei bambini, portati a spalla tra la calca della fiera.
Un tempo i fidanzati non mancavano di comperare il "cuore" (un dolce con ... l'immancabile foto) per le fidanzate. Ma non trascuravano le suocere, offrendo loro la rinomata e gustosissima "copeta" (un tipo d'ottimo torrone).
Un'altra significativa usanza, presente ancora nella memoria di pochissimi novantenni presenti in paese, consisteva nel portare in visita agli ammalati il "cagnolino di S. Rocco", in analogia con quanto fatto dal Santo nelle contrade di mezza Europa a favore degli appestati. La bestiola, la cui presenza reale accanto al Santo è confermata già nelle tele del '500 e nelle statue che riportano sempre la sua figura, anche nella cattedrale di Montpellier, "consolava" con la sua presenza, toccando talvolta la parte malata e favorendo così la guarigione per l'intercessione del Pellegrino.
A tal proposito in alcune città d'Italia, come a Camogli, è consuetudine premiare i cani più fedeli, che si siano distinti per particolari atti di bontà e bravura, in cerimonie pubbliche e solenni.
Altro comportamento ancor oggi in voga tra i devoti è quello di toccare la statua, in Chiesa, con la mano o con un fazzoletto, con cui poi toccarsi il volto e segnarsi con il segno della Croce. Qualche decennio fa non era affatto raro assistere a spettacoli toccanti, i cui protagonisti attraversavano il pavimento della Chiesa di S. Rocco sino alla statua con le mani ed i piedi per terra: ciò sia per grazia ricevuta sia per favori da impetrare. Ignoranza o disperazione? Indubbiamente si trattava di casi connotati da forte fede, anche se rozza.
A tali manifestazioni si accompagnavano, spesso, offerte votive in cera o in metallo (ex voto), ecc.
Un'altra tradizione molto bella, presente in verità anche in altri Paesi d'Europa, consiste nel far benedire solennemente un buon numero di pezzi di pane e distribuirli come "sacramentale", a ricordo del pane portato dal buon cane a S. Rocco, malato nel bosco di Sarmato (16).
Un'altra curiosa consuetudine, presente in diverse città d'Italia e d'Europa, è quella della "benedizione dell'acqua" fatta a ricordo della sorgente miracolosa, spontaneamente sgorgata nel bosco, accanto alla capanna del Santo. A Cervera, in Spagna, si usa benedire l'acqua, che sarà poi distribuita a tutti i pellegrini, il 16 agosto, in ricordo del "pubblico voto" fatto dal popolo e dal Consiglio Comunale, dopo la peste del 1777.
Nelle campagne della diocesi di Faenza vigeva, come del resto in quasi tutta la Romagna, una strana consuetudine: le donne di campagna, da buone massaie, fornivano ai pulcini il "chioccione", proprio nel giorno di S. Rocco", scegliendo dal pollaio un vispo galletto, "rendendolo" cappone, ma lasciandogli i bargigli. Il "cappone di S. Rocco", proprio così era noto, vigilava premurosamente, quale chioccia esemplare, sui pulcini affidatigli. A Torrepaduli, nel secondo dopoguerra, tutti davano i modesti avanzi del desco familiare ad un porcellino che, tranquillo, s'aggirava pelle stradine dell'abitato; una volta ingrassato, avrebbe contribuito con la pelle alle spese dei festeggiamenti ferragostani (17).
La novena, la festa, i "Quaranta"
Da decenni immemorabili gli abitanti di Torrepaduli, stimolati e confortati spesso dal fervore dei devoti forestieri, giunti da ogni contrada del Salento, incentrano sulla festa di S. Rocco, il 16 agosto, progetti, discussioni e talvolta polemiche: convogliano energie e desideri per scaricarsi nell'abbandono delle attività quotidiane, compiendo le pratiche devozionali nella fruizione del momento festivo, presenzieindo alle celebrazioni liturgiche della novena, della visita alla Statua del Santo, confermando così nella ricerca della protezione divina, lo stato di bisogno e la propiziazione del bene, anche materiale, nelle forme consuete di ritualità, apprese dai propri avi. Tra le classi sociali subalterne, infatti, presso cui grande è il disagio individuale e collettivo nelle difficoltà d'ogni giorno, si cerca nella festa il momento di totale abbandono, quasi di annullamento, sia pure transitorio, accettando la consapevolezza del ritorno realistico nel vissuto quotidiano, una volta terminata l'ebbrezza dei gioiosi festeggiamenti. Molti sono ancora coloro che, volendo onorare il Santo, frequentano la novena, predicata spesso da oratori famosi, giunti da lontane città d'Italia che, avendo abbandonato per qualche tempo la nota pace del proprio convento, stimoleranno la riflessione dei pellegrini.
Pratica e fede religiosa, però, si mescolano talvolta con riti ed usanze particolari. Qualcuno (18) ricorda ancora che durante la novena di S. Rocco in Torrepaduli, verso il 1930, un suonatore di tamburo o di tromba, sempre un forestiero, alle prime luci del mattino, ritmava lo strumento per le strette stradicciole del piccolo centro storico, ricordando così i giorni mancanti al grande evento dell'anno: la festa del 16 agosto. Non si spiega come mai si trattasse sempre d'un forestiero: era stato chiamato a tale compito dal Comitato? Costituiva una iniziativa individuale per devozione? È difficile dirlo. Certo è che i bambini d'allora conservano nitido il ricordo della levata di corsa per recarsi in campagna, ma più facilmente allettati dal l'assistere allo strano, consueto spettacolo.
Oggi, giunta alla vigilia della festa, Torrepaduli si prepara con l'abbandono delle attività lavorative da parte degli adulti e con l'irrefrenàbile concitazione dei bambini, a diventare centro d'attenzione dell'intero basso Salento. Gli ultimi rintocchi delle campane del Santuario ricordano la fine del novenario; il collaudo delle luminarie elettrizza per qualche minuto grandi e piccoli; dalle caratteristiche bancarelle, poste di recente secondo una razionale dislocazione sul territorio, occhieggiano ancora, accanto a lampadine elettriche, vecchie lampade alimentate da acetilene; i venditori, giunti da ogni città della Puglia, sistemano i prodotti per la prossima fiera. I figuli del posto, famosi per la produzione di fischietti, utensili, trombe ed i venditori di tamburelli, nastrini e ventagli devozionali affronteranno l'umido della brevissima notte che li attende: l'alba, infatti, sarà la vigile testimone delle manifestazioni di fede durante la celebrazione della S. Messa del primo mattino: molto seguita oggi, come in epoche a noi lontane, quella delle ore tre, ascoltata in piedi in un Santuario, privato per l'occasione dei banchi, a causa dell'immensa folla che l'invade.
Le strade del centro urbano brulicano di folla sempre più numerosa e chiassosa, interessata ai primi acquisti e scoprendo inevitabilmente inflessioni dialettali di aree geografiche limitrofe e di lontane città d'Italia, non potendo trascurare la accertata presenza di turisti che, con motivazioni diverse, hanno preferito per un giorno fare a meno del refrigerio del vicino mare, presso cui sono soliti villeggiare. Forse perchè "A Torrepaduli si respira aria fiorentina per il linguaggio sonante e vivo dei suoi abitanti" ? Proprio come testualmente osservava, nel 1967, padre Apollinare d'Acquasanta Terme, in occasione del suo breve soggiorno presso il Santuario di S. Rocco (19).
Nel centro abitato, sistemate su povere panche davanti alle case dei contadini, sono adagiate ceste di frutta ed una enorme quantità di sedani, dalla cui vendita si spera d'incrementare i piccoli guadagni. Molti visitatori, infatti, per devozione, sono soliti acquistare immagini di S. Rocco, trombe di terracotta, nastrini colorati, candele, ventagli devozionali e gl'immancabili sedani. I bagliori del sole ferragostano, qualche ora più tardi, saranno offuscati dal fumo acre e pungente delle cento fornacclle fumanti, su cui si consumano i caratteristici spiedini (20).
Nel sobborgo del paese ha luogo la fiera degli animali, che richiama la curiosità di piccoli e grandi e non nasconde la sofferenza, sopportata nella canicola, da bestie destinate al macello ed alla compravendita. Sotto il sole cocente, visitatori e devoti, consumano panini farciti, acquistati negli improvvisati punti di ristoro, riconoscibili dalle caratteristiche coperture di foglie e frasche. Gigantesche granite sono preda di bambini e turisti che, in qualche modo tentano di spegnere il morso della sete.
Un momento importante della festa è costituito dalla processione. Moltissimi vi partecipano con fede e devozione e non sanno farne a meno nella fantasmagorica notte di ferragosto. Torrepaduli vive ore di concitata frenesia. La calca è al limile della sopportazione e della incolumità personali. Ma la devozione per il Santo fa superare il disagio della ressa per gli spazi limitati e spinge molti a procedere con in mano candele accese, recitando sommessamente una preghiera.
Poco più tardi, riportata la statua nella Chiesa, tutti assisteranno allo sparo dei fuochi artificiali: spesso, molto atteso è quello offerto dagli emigranti: il magico sfavillio nella volta celeste ovatterà, anche se soltanto per un'ora, il ricordo del sapore amaro del pane dell'emigrante.
Il santuario, già da qualche anno, ricama la notte del 15 agosto con le mille fiammelle, sprigionate da ciotole sistemate sulle sue strutture architettoniche esterne. La casa del Santo, così illuminata, fende il fumo delle bancarelle e vigila sul fragore del vocio e della musica irradiata dai tanti venditori.
Nella tarda serata gruppi di intenditori, pellegrini e curiosi assiepano ampi spazi del largo antistante la Chiesa per partecipare o assistere al caratteristico ballo, la famosa "pizzica-pizzica": una serie di pochissime note eseguite in maniera ossessiva e ritmata al suono frenetico di tamburelli ed armoniche a bocca. I ballerini danzano come invasati con ampie movenze della braccia e roteando le mani quasi ad avvolgere ora morbidamente le piroette di chi partecipa alla danza ora proiettandosi improvvisamente a colpire, con la punta dell'indice e del medio, il petto dell'avversario: da ciò si parla di "danza delle spade o dei coltelli".
Come rimuovere le spesse zone d'ombra presenti nella memoria storica collettiva per spiegare il senso della suddetta danza? Tra le varie ipotesi attendibili, la più convincente m'è parsa quella di Aldo de Bernart, con il quale a lungo ho discusso il problema nelle nostre utili frequentazioni. "La danza sembra rievocare, egli scrive, come in antiche saghe, i riti leggendari, di popoli guerrieri, a ricordo di vittorie riportate. La "danza delle spade o dei. coltelli", più che di duello rusticano per il possesso dell'amata o di sfida camorristica per l'accaparramento della piazza, ha in Torrepaduli il sapore metaforico di difesa del "focolare domestico", i cui "lari" sono ancora oggi rievocati nel solco di una tradizione che lì vide proteggere, all'ombra delle torri dell'antica Torre della Padula, le proprie famiglie dalle frequenti incursioni piratesche, fi senso di questa danza, che Torrepaduli pratica nella notte agostana che precede la festa di S. Rocco, altro non è allora se non lo spirito romantico dei torresi che cantano, come antichi "trobadur", la "ballata" della loro storia (21).
Il mimo della lotta, dal punto di vista musicale, si richiama alla tarantella popolare, ballata dalle "tarantate" di Galatina e può trovare una spiegazione, non ingenua, certamente meno profonda, in secoli di sfruttamento baronale e nel ricorso alla violenza, con il coltello, onde risolvere il desiderio di vendetta mai sopito.
Ma oggi gli stornelli ispirati dal vino, i tamburelli freneticamente percossi da ruvide mani e il desiderio orgiastico e liberatorio della festa, coinvolgono nella danza giovani, turisti, pellegrini e curiosi, contribuendo a favorire momenti di gioia partecipata finalizzata a stemperare la frustrazione delle odierne tensioni. Da qui ad invocare "la certezza di una dignilà della creatività popolare, che merita l'attenzione concertata di musicologi e filologi, oltre che l'interesse dei demologin, come afferma Luigi De Luca in un suo studio, il passo è breve (22). Convinti come siamo che "la necessità di recuperare la naturalità della vita appare unica alternativa alla sofisticazione ambientale e morale, ma anche che sulla svolta epocale che stiamo vivendo agisce con crescente energia la tensione a riappropriarsi delle tradizioni etniche radicate nelle coscienze" (23).
Terminati i festeggiamenti ferragostani in onore del Santo, non tutto si sopisce in Torrepaduli: forte è, infatti, ancora la carica devozionale dei residenti e dei molti visitatori forestieri. Essi, spesso convengono qui con pellegrinaggi, anche collettivi, come quelli provenienti da città come Maglie, Specchia, Galatina, ecc.
Per "quaranta giorni", sino all'ultima domenica di settembre, Torrepaduli è meta di visitatori, pellegrini e turisti: la visita alla statua di S. Rocco, conservata nella Matrice, è occasione di devozione, ma anche opportunità, seppur fugace, per artigiani e produttori di articoli in rame, di terracotta, di merletti, di ricamo, per qualche piccolo affare.
Anche gli anziani, seduti al sole sulle panchine della piccola piazza, sono orgogliosi di confermare la presenza del simulacro del Santo nella Chiesa parrocchiale, ai turisti che, delusi, non la rinvengono nel Santuario. È proprio così: S. Rocco sarà, per quaranta giorni, nella Chiesa presso il cui fonte battesimale tutti i residenti sono diventati cristiani. Ed è ciò che faceva affermare, a questo proposilo, il cappuccino padre Maurizio da Spoleto, nel 1961, nell'annolare le sue impressioni, dopo aver predicato la novena del Santo: "S. Rocco così è diventato di Torrepaduli e i paesani sono i devoti fortunali ed. orgogliosi che per quaranta giorni lo custodiscono come premio nella loro Chiesa parrocchiale. Questo è il premio migliore per Torrepaduli!" (24).
Un'altra consuetudine, molto radicata presso i Torresi, consiste nell'attendere con ansia e bramosia, per nulla scalfite persino dall'odierno imperversare dello spettacolo televisivo, la rappresentazione della "Accademia sacra", comunemente nota come "Recita". Come è noto, già nel Medioevo, in onore del Santo, oggetto di particolare venerazione, si era soliti rappresentare nella Chiesa o sul sagrato antistante, spesso con taglio agiografico, quanto di edificante tramandato per tradizione orale. Inutile aggiungere quanto importanti fossero il realismo drammatico delle azioni sacre rappresentate e la scontata partecipazione popolare con il giusto desiderio di protagonismo nella ricerca d'un molo d'interprete, assegnato spesso a popolani provenienti dai più disparali ceti sociali.
Di tanto fervore cristiano e voglia di protagonismo, presente tra i cittadini e devoti, vezzo non certo recente, ma tipico della propensione al teatro delle italiche genti, abbiamo testimonianza in una locandina, del 30 aprile 1951, che annunciava la rappresentazione del Dramma della vita di S. Rocco, ad opera della filodrammatica torrese (25), diretta da Antonio Perrone. Questa tradizione, che affonda le sue radici nella cultura popolare, viene mantenuta viva, pur se non cadenzata annualmente e sebbene diversificata nel contenuto specifico del testo drammatico, spesso orientato sui temi della Passione della Settimana santa (26).
Dopo le riuscite esperienze del 1988-89, in cui sono state rappresentate la "Vita di S. Rocco" in Piazza Carmelitani (27), e la "Passione di Cristo" nel Largo S. Rocco, ad opera di interpreti locali molto giovani, una riproposizione di "accademia sacra", "S. Rocco" appunto, aprirà nella prima decade del prossimo agosto la fase conclusiva dei festeggiamenti religiosi e civili, previsti dal nutrito programma in onore del Santo Taumaturgo.
Note
1 In questa Visita Pastorale il De Rossi, oltre alle cappelle "extra Matricem" di S. Maria delle Grazie (1634), elencava: Cappella di S. Gerolamo, costruita nel 1631 dal sig. Gerolamo Morrono de Turre con una icona di S. Maria de Finibus Terrae, S. Gerolamo, S. Leonardo, S. Caterina ed altri e i donanti fratelli Gerolamo e Leonardo; Cappella di S. Maria del Carmelo, costruita da Giovanni Pietro Grasso de Turre nel 1665. V'è l'icona della B. M. del Carmelo con le Anime del Purgatorio. Il maestro Giuseppe Giannotti di Taurisano nel 1667. invece, aveva dipinto un'icona con S. Giuseppe e S. Antonio nella Cappella dì S. Giuseppe, costruita eia Antonio Visino de Turre. Nella Cappella dedicata a S. Maria dell'Assunzione, costruita da Francesco Frisullo, vi era un'icona con la Madonna e i Santi Francesco ed Antonio (1650). La Chiesa era posta presso la casa dei fratelli Frisullo: la Cappelletto di. S. Vito, costruita ne! 1615 da Vito Stasi, in cui v'erano un affresco (con la Madonna del Carmelo e i Santi Antonio e Vito) e una piccola tela con la Madonna del Carmelo. Un toponimo, la via S. Leonardo di oggi, attesta la devozione dei torrcsi a questo santo.
2 Cfr. A. de Bernart, Cenni sulla parrocchiale di Torrepaduli. in "Bollettino della parrocchia di Torrepaduli". 1963.
3 Ricerche effettuate dal sotloscritlo nell'Archivio parrocchiale di Torrepaduli confermano la diffusività di questo culto anche nell'imposizione del nome ai bambini, fatto presso il fonte battesimale, già a partire dal scc. XVI°. Ricorrono infatti il nome di Teodoro, Rocco. Sebastiano, Oronzo. Giuseppe. Vito. Gerolamo, Francesco. Valentino per i nati maschi; Maria, Anna. Emanuela. Angela Giulia. Isabella, Geronima o Gerolama, Caterina, Addolorata, Immacolata. Grazia ecc. per le femmine (Arch. Parr.to. Libro dei battezzati - 1573-1601, ecc.). I cognomi maggiormente ricorrenti sono Frisullo. Veneziano, Crudo. Casarano. Cicerello, Romano, Metal'unc, Tamborrino, Renzo, Lato.
4 Nello slesso Archivio ho rinvenuto una raccolta settecentesca di Manoscritti del capitolo parrocchiale, 1748-1872, che conserva un Officium S. Theodori Martyris patroni terme Turris Paludum, scritto di proprio pugno dal sac. Pietro Falcone, il 19 febbraio 1872, che riporta due INNI al Santo, sempre in lingua latina. Si traila di una trascrizione d'un Officium S. Theodori anch'esso conservalo, del 1842. Interessante è pure la citazione d'una variante nel secondo inno che, a quel tempo si cantava nel Capitolo della città di Brindisi: come è noto, S. Teodoro ò protettore di Brindisi.
5 Cfr. Archivio parrocchiale di Torrepaduli. LB. 1717-1771,1'., 1 Or.
6 Cfr. Verbale e decreto della Visita in Torrepaduli di Mons. Francesco Bruni. Vescovo di Ugento, 8 marzo 1838, pp. 6-7: "In seguito siamo passali nella Chiesa di S. Rocco, in cui nulla è stato a ridire".
7 Dall'inventario della cappella di S. Rocco: Una pianeta di seta, con velo e borsa; uno di lana rossa; un velo, borsa e corporale; un calice d'argento con piede d'ottone indorato; un piccolo ostensorio per la reliquia: tre camici bianchi rigati: due messali usati; un panno d'altare usato: 5 tovaglie; un campanello grande: una Statua di legno di S. Rocco con base indorata, uno stipone per roba usata; una lampada di rame bianco; uno stendardo di armosino di color celeste, con croce indorata e fiocchi di seta; due apparecchi per altare, uno nuovo bianco con profili d'oro, il secondo usato. In Visita pastorale di Mons. Camillo Alleva. 1819-'21.
8 Buonfiglio Costanzo: Storia Siciliana. P. 11°, Lib. 11° p. 420 e lib. IV. p. 26. Gallo. Annali di Messina, lib. VII, p. 480.
9 Cfr. AA.VV., Venezia e la peste 1348-1797. Venezia 1980.
10 Sulla peste del 1656 che decimò il Viceregno cfr., anche in riferimento alla diffusione di nuovi poli devozionali, cfr. Società, congiunture demografiche e religiosità in Terra d'Otranto nel. XVIIsecolo, a cura di B. Pellegrino e M. Spedicato, particolarmente i saggi di M.R. Tamblè e M. Cazzato.
11 Nel 1991, centenario dell'avvenimento, una rassegna di cori salentini ed una solenne
celebrazione liturgica avevano sottolinealo la ricorrenza, alla presenza dell'Ordinario dioce
sano, su iniziativa del Rettore, don Giuseppe Indino. Sul pregevole pavimento, in corrispondenza della porta e riportato: Rocco Arciprete Monsellato fece con le oblazioni dei fedeli, più sotto, l'artefice / Michele Peluso eseguì /1891.
12 II D.P.R. del 15 nov. 1952. dato a Dogliani. a firma di Einaudi e Sceiba, fu registrato
alla Corte dei Conti il 10 gennaio 1953, Reg. n. 68, n. 19. Nella Copia conforme il cancelliere vescovile, sac. Ruggero Monsellato, ricordava che "col riconoscimento della personalità
giuridica del nostro Santuario, vengono in primo luogo, appagati i desideri nostri e di tutti
coloro che, continuamente, ci hanno sollecitato tale pratica"; "... in secondo luogo tutti i beni immobili di proprietà di S. Rocco avranno l'intestazione "Chiesa Santuario di S. Rocco"; "... in terzo luogo: tutte le offerte, legati, e donazioni speriamo [siano] numerosi... ".
13 Sul bronzo della campana trovasi incisa la dicitura: "In memoria ciclici definita moglie, sig.ra Uno Antonietta". Cfr. il citato n. 7 eie "La voce di S. Rocco'', luglio 59, p. 4.
14 II rettore del Santuario, dalle colonne di pag. 2 del N. 8 - Agosto 58 de "La voce di S. Rocco", nell'annunziare l'inizio dei lavori delle navate laterali, sottolineava la fiducia nella Provvidenza, ma anche "la provata perizia dell'ardi. Provenzano. l'illuminala e sagace competenza dell'ing. Alemanno, la cura tecnica del geom. A. Serra, l'annosa esperienza della Impresa Inguscio...". Quest'ultima era costituita dai fratelli Rocco e Geremia; Antonio, il maggiore, era calato nella tomba nel 1950. seguito dal fratello Vito Teodoro, nel 1955.
15 Sulla datazione non vi sono riscontri certi. .Via essendo stata citata da Mons. Alleva, nell'inventario, compilato in occasione della Visita Pastorale del 1819-21. e verosimilmente da far risalire almeno al secolo XVIII. L'ultimo restauro e del 1987, opera degli artisti Giovanni Calali e Rocco Zappatore, di Montevergine (Palmariggi).
16 Tale testimonianza e presente in diverse citazioni riportate sui numeri del periodico
del Santuario "La Voce di S. Rocco". Cfr. nn. 2 e 3 del 1967, ecc.
17 Per avere maggiori ragguagli a riguardo, si potrà prendere visione di quanto da me
scritto sul numero speciale del periodico "La Voce di S. Rocco": "Folclore e tradizioni in
Europa nel culto di S. Rocco", Anno XLVII, n. 1, pp. 4-9, Ed.Salentina, Galatina 1995.
18 Due anziane sorelle Domenica e Sabina Romano intervistale dal sottoscritto, riferivano tali particolari, stabilendone la data.
19 Proprio così scriveva il padre in Ferragosto a Torrepaduli, ne "La Voce di S. Rocco", n. 5 ott. 1967, p. 8.
20 Tali modalità della fesla popolare ricorrono spesso anche in occasione di altre feste,
celebrale presso Santuari, della Puglia. Vincenzo Roppo, descrivendo nel 1852 la Visita
del Card. Mattei a Capurso, dove si celebrava la "Madonna del Pozzo", annotava: "...
Una noia folkloristica interessante della festa sono i bivacchi dei pellegrini. S'improvvisano cucine, ardono fuochi, fumano i paioli... Non poche sono le cucine posticce, ove sui
carboni girano spiedi di enormi ghiomerelli o di carni ovine, e l'aria si satura di fumi e
di grassi. Grandi tavolate all'aperto, decorate di frasche di garubbe, raccolgono i pellegrini giunti a vere agapi pantagrueliche". Cfr. Puglia ex voto cit., Galatina 1977.
21 Cfr. A. de Bf.rnart, Tra Storia e leggenda, appurili ms.
22 Cfr. lo studio stimolante dell'amico prof. L. De Luca, Canto e ironia nelle campagne Salentine, Galatina 1990.
23 Cit. in Nota introduttiva, p, 7.
24 Cfr. padre Maurizio da Spoleto, Osservatorio, ne "La Voce di S. Rocco", seti. 1961, p. 4.
25 La locandina citata, gi à esposta nella Mostra ex voto del Santuario di S. Rocco in Torrepaduli nel maggio del 1995, in occasione delle Celebrazioni del VII Centenario della nascita di S. Rocco, curata nell'allestimento dal sottoscritto, fa parte della collezione privata di Paola e Luigi Lato, che ringraziamo. Stampata in Ruffano presso la Tipografia Riccardo, essa annunciava ben sette repliche dell'azione drammatica, dal 2 al 10 maggio 1951 ed elencava i personaggi e gli interpreti: 1. Antonio e Giuseppe: Ccllini Salvatore; 2. Sismondo e Frate: D'Amico Antonio; 3. Marcello: Tamborrino Luigi; 4. S. Rocco: Celimi Giovanni; 5. Direttore: D'Amico Rocco; 6. Infermiere e carceriere: CoIona Alessandro; 7. Cardinale e Capitano: Mongelli Armando; 8. Francesco: Coluccia Oronzo; 9. Lena e Giacinto: Manco Angela; 10. Fanciullo e Angelo: Perrone Teresa; II. Governatore: Storcila Antonio; 12. Gottardo: Mclissano Santo. - Direttore artistico: D. Vito Lecci; direttore amministrativo: Dr. Vincenzo Frisullo; direttore di scena: Ins. Caldo Rocco; suggeritore: Peitone Antonio.
26 Cfr. n° 5 de "La Voce di S. Rocco", maggio 1954, pag. 11 in Cronistoria parrocchiale. Dramma della Passione ad opera della Filodrammatica di A. Perrone.
27 Nel numero 1 dell'agosto 1990 de "La Voce di S. Rocco" Luigina Nuzzo, in Uniti attorno a S. Rocco, pp. 4-6. riferiva della "Recita ili S. Rocco" fatta in Torrepaduli nel settembre del 1989, per la regia di Santo Melissano.
Ermanno Inguscio
Tratto da "Culto e iconografia di S.Rocco in Torrepaduli" di Ermanno Inguscio, Congedo Editore, Galatina 1998.
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