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Esistono siti nel Salento la cui presenza antropica sembra non aver mai conosciuto, fin dalle loro più remote fasi preistoriche, soluzioni di continuità. Uno di questi luoghi e sicuramente la Serra di Casarano in corrispondenza della Masseria Manfìo, la cui sommità si innalza a quasi 170 metri sul livello del mare e da cui si ammira uno dei più vasti paesaggi del basso Salento, da Ugento a Gallipoli, fino allo Jonio. Il sito è connotato dalla presenza di vasti banchi di roccia affiorante e dalle predominante, se non esclusiva, coltura dell'olivo; tra le numerose cavità naturali, spesso nascoste dalla folla macchia mediterranea, le più note sono la grotta della Trinità, e quella del Crocifisso o di S. Caterina (1), la prima delle quali, esplorata negli anni settanta da Giuliano Cremonesi, ha documentato una lunghissima frequentazione "dalla fase medio-finale del Neolitico Antico alla prima età del Bronzo, dal periodo arcaico a quello ellenistico e da quello medioevale ai nostri giorni" (2). Qui gli archeologi hanno riconosciuto la probabile attestazione di un culto, impossibile da precisare, "per la raffinatezza del materiale ceramico e di quello litico e osseo" (3) rinvenuto. Sicuramente come luogo di culto fu utilizzato, fin dal Medioevo, la vicina grotta naturale di S. Costantina, già oggetto di attente osservazioni da parte di Cosimo De Giorgi che il 1885 la definì chiesa-cripta, il cui esame raccomandò, "caldamente... agli studiosi dell'arte bizantina meridionale(4), anche per la presenza di sciupati affreschi di santi che benedicono more gràecorum" (5), collocati nella zona più interna della cripta.
Ma assai prima dello studioso leccese, l'insediamento era stato descritto il 1693 dal Tasselli con le seguenti parole: "Distante da Casaranello due miglia e mezzo in circa vi è in dentro una grotta una chiesa consacrata a santa Costantina; ed in dentro un'altra grotta si adora un venerabile Crocifisso di molta divotione" (6). TI Tasselli identifica la principale titolare della grotta, seguendo il Baronio, con Costantina o Costanza, "figlia dell'imperador Costantino il Magno" (7), il cui culto sembra già presistero nella cripta delle SS. Cristina e Martina a Carpignano e in quella dell'Assunta a Sanarica (8); culto abbastanza precoce ove si consideri che la notizia più antica di una venerazione a S. Costantina come santa risale al IX secolo e che solo molto più tardi, precisamente il 1256, papa Alessandro IV consacrò nel mausoleo sulla Namentana un aliare "beate Costantina fìlie Conslantini" (9).
Dalla storia medievale del nostro insediamento sappiamo soltanto quanto emerge dalla struttura medesima della cripta e dalla decorazione parietale, in gran parte del XVI secolo, che tuttavia testimonia, come vedremo, una ripresa del culto già ai primissimi decenni dello stesso secolo (10).
Il Tasselli scrive che nei dintorni nella cripta si osservavano "certe cellette" dove i "Calogeri greci" dimoravano "per servire a Dio" (11); sono considerazioni limitative in quanto configurano definizioni obsolete come "cripte basiliane" o "eremitiche", quando, come hanno chiarito gli studi sulla civiltà rupestre di C.D. Fonseca, bisogna invece parlare di edifici di culto di "una comunità laica" il cui habitat si caratterizzava per un'occupazione antropica non ancora concentrata in stabili nuclei abitati (12): sono, come ha chiarito André Guillou, collettività rurali, di lingua e cultura bizantina, la cui evoluzione non è del tutto chiara ma che è alla base, a partire dall'XI secolo, della costituzione di molti degli attuali centri abitati salentini (13).
Ma che si trattasse di comunità rurali italo greche non era sfuggito allo stesso Tasselli che così conclude: "partiti via i greci", il santuario di S. Costantina restò "in potere di padri dè padri di Monte Oliveto di S. Pietro in Galatina" i quali, tra l'altro, il 1567 rinnovarono l'affresco di S. Costantina (14), una delle principali immagini che decoravano le pareti dell'invaso grottale.
TI fenomeno di cui parlavamo in precedenza, ossia la ripresa del culto nella cripta, testimoniato dalla decorazione parietale, deve mettersi in relazione ai nuovi possessori dell'insediamento che, come aveva ben scritto il Tasselli, erano gli oliventani che amministravano i beni dell'ospedale di S. Caterina d'Alessandria a Galatina. Per determinare l'inizio di questa nuova "signoria" e necessario procedere per aggiustamenti progressivi. Ma per fare questo è opportuno cominciare dall'epilogo di questa vicenda storica.
Nei protocolli del notaio galatinese Donalo Garrisi, sotto l'anno 1839, è trascritta una Perizia di commutazione delle decime in canoni delle proprietà redditive dell'ex feudo di S. Costantina site né territori di Taurisano e Ruffano (15), eseguita l'anno avanti da tal Francesco Baglivo "perito apprezzatone agrimensore".
In seguito alle leggi eversive della feudalità del 1806, era stata concessa la facoltà ai possessori di fondi gravati da prestazioni decimali di poterle commutare in canone pedinano (16); questo ai sensi dei decreti del 20 giugno 1808 n. 151 c 17 gennaio 1810 n. 540, espressamente e con precisione richiamami nella perizia di commutazione.
Da questo documento ricaviamo che i generi deci inabili del "feudo di S. Costantina" erano: grano, orzo. avena, bambagia, lino, fave, vino mosto e olio; per i fondi semenzabili vigeva inoltre la consuetudine locale del ciclo quadriennale dove nel primo anno il terreno veniva coltivalo a grano, il secondo a orzo e avena, il terzo lasciato a riposo e il quarto metà a fave e metà in ceci o cicerchia (17). Il vigneto poteva produrre "in ogni iomolata barili otto di sessanta caraffe ognuno"; l'oliveto produceva ogni due anni "ma ciò non si osservava regolarmente". Era un territorio in larga misura coltivato ad oliveto; il primo dei "recidenti" possedeva infatti oliveti nel luogo detto "Buffolelle o Falcuccia", un altro detto "S. Costantina o Crocifisso in territorio di Rullano", altri alla masseria "Scippi" e "Fasani" (18). Complessivamente questa prima perizia (19) censisce ben 4247 alberi di olivo, 69,4 torneiate di territorio semenzabile e 155 tomolate di "suolo avanzale et agresto", mentre quelle destinate a vigneto erano poco più di 12; la rendita complessiva era di 938,29 ducati (20).
La cripta di S. Costantina era perciò il luogo di culto principale di un'estensione turale incuneata tra i confini territoriali di Ruffano, Taurisano e Casarano (cfr. Appendice I). il cui considerevole sviluppo giustifica la denominazione di feudo, attestata sul pendio dell'altipiano della masseria Manlio, il cui centro ideale sembra essere la masseria Buffolelle-masseria Scippi, insediamenti incardinali sull'antico tracciato longitudinale che congiungeva Casarano e Taurisano e, trasversalmente, dal percorso che, valicata la serra di Casarano, metteva direttamente in comunicazione Ruffano con Melissano.
Cornei feudo, il territorio di S. Costantina è attestalo nell'ultimo bilancio annuale dei possedimenti dell'Ospedale galatinese, del 1806 (21) e in un documento del 1675 (22). Accertato questo, il problema a questo punto consiste nel chiarire quando questo feudo divenne patrimonio degli Olivetani che, com'è noto, ebbero dagli aragonesi il 1494 la chiesa di S. Caterina, la dimora monastica e l'Ospedale che in precedenza erano stali beni patrimoniali dei minori osservanti galatinesi.
Nel diploma di concessione del 3 dicembre di quell'anno, pubblicato il 1792 dal Papadia: i beni feudali che comprendevano lo "staterello cateriniano" erano i seguenti: casatici seu pheuda Aradei, Turris Pachila rum et Balneoli habítala, Colometis, Pretoris et Spalongani inhabitata (24). Nel distretto feudale di Torrepaduli, confinante con quello di Ruffano e quindi col feudo di S. Costantina, è collocata una delle primissime donazioni ali"istituto galatinese. essendo datata 28 settembre 1390 (25): i minori osservanti prima e successivamente gli Olivetani, ebbero modo di conoscere bene questa zona del Salento meridionale, tenuto anche presente che già all'inizio del XV secolo l'Ospedale possedeva nello stesso distretto geografico tutto il feudo di Torrepaduli come concessione di Maria d'Enghien (26).
Quasi sicuramente il possesso olivetano di S. Costantina deve essere collocato subito dopo la cosiddetta ''concordia" del 1507 con la quale si pose definitivamente fine alla lunga controversia con i minori osservanti: d'ora in poi Ospedale e feudi apparterranno agli Olivetani fino alle leggi eversive della feudalità (27).
La prima attestazione documentaria del nuovo possedimento risale al 1517, quando tra i nuovi beni che costituiscono il patrimonio dell'Ospedale di Calatimi figurano Caprarica e Monte Alto, 'Tendi" disabitati (28).
Benigno F. Perrone, studioso attento e informatissimo, ha dimostrato senz'ombra di dubbio che questi due toponimi si riferiscono alla stessa zona e, cosa per noi importantissima, che Caprarica e S. Costantina identificano la medesima località (29). In un documento seriore, del 1708, intitolato Effetti propri dei Monastero de Padri di Monte uliveto, gli Olivetani, tra l'altro, possedevano i "feudi" disabitati di "Caprarica seu S. Costantina", ubicati nel distretto di Taurisano e Ruffano (30). A riprova di questa affermazione riportiamo l'elenco dei possedimenti feudali dell'Ospedale galatinese così come si rileva da una dichiarazione - già richiamata - del 24 luglio 1675, in occasione di una delle tante controversie contro l'Università di Galatina: "l'Ospedale tiene e possiede le terre di Aradeo e Bagnolo con li feodi di Colomito, Santa Caterina e Sfalongano, con le loro giurisdizioni civili e criminali; e per l'amministrazione della giustizia in dette terre e feodi.... costituisce ogn'anno il suo officiale seu Capitano, qual regge la sua corte dentro il medesimo ospedale sito dentro detta terra di S. Pietro" (31).
Stabilita a questo punto l'identità tra i toponimi Caprarica e S. Cosiantina, da un diploma del 31 luglio 1518 rileviamo come agli Olivetani è concessa la facoltà di "poter rendere abitati i due feudi Caprarica e Colometo (32), facoltà confermata da un ulteriore diploma del 31 luglio 1519 (33). Concessioni che seguivano analoghi provvedimenti per il casale di Pelrore (34).
Non sappiamo quanto e come il feudo di S. Costantina si popolò; gli affreschi dei primi decenni del XVI secolo si collocano, certamente, in questo tentativo che comunque, se non altro, ebbe il merito di perpetuare le forme di culto nella cripta, salvaguardare e arricchire il patrimonio artistico, sviluppando le capacità produttive di un territorio che non si connotava unicamente, e come abbiamo visto, per la presenza di vaste estensioni olivate.
Come interesse concreto nei confronti di questo "corpo feudale", gli Olivetani costruirono, quasi sopra la cripta, un modesto complesso di edifici con qualche velleità decorativa (35), ora in parte crollati, che dovevano servire sia per ricovero di chi saltuariamente o meno officiava la cripta, che per le funzioni fiscali connesse alla conduzione del feudo stesso; la presenza di granili conferma l'uso non esclusivamente religioso dell'edificio di culto (36).
Che tutta questa vicenda sia rimasta in parte ignota (37) è dovuta anche alla circostanza che nei calasti, delle località interessate, Casarano, Taurisano e Ruffano (38), il feudo di S. Costantino, non poteva apparire per due ordini di motivi: il primo perché "feudo" autonomo, il secondo perché possesso di un istituto feudale come l'Ospedale di Galatina che era esente, per legge, da ogni contribuzione fiscale. Istituto che fino al 1937 amministrava ancora qualche residuo oli veto nell'antichissimo feudo di S. Costantina o Caprarica (39).
Note
1 Le indicazioni stradali per raggiungere quest'ultima grotta, per chi percorre la Casarano-Taurisano che corre ai piedi della Serra di Casarano, segnalano la località Crocifisso della macchia.
2 La passione dell'origine. Giuliano Cremonesi e la ricerco preistorica del Salento, Lecce 1997, 234.
3 Ibidem, 237.
4 C. De Giorgi, La provincia di. Lecce Bozzetti di viaggio, II, Lecce 1888, Galatina 1975, 151, e da 149 per la descrizione dell"insediamento.
5 Ibidem, 150.
6 L. Tasselli, Antichità di Leuca, Lecce 1693. 137; le due grotte di cui parla il Tasselli, frase che ha ingenerato non poche confusioni, si riferiscono al medesimo insediamento che planimetricamente si distingue in due "corridoi" che nascono dal vano anteriore "vagamente rettangolare"', cfr. C. D. Fonseca. A. R. Bruno, V. Ingrosso, A. Mazzotta, Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento, Galalina 1979. 82.
7 Tasselli, Antichità cit.. 138.
8 Gli insediamenti rupestri cit.. 69 e 177-178; ma per un'opinione completamente diversa, in merito all'identificazione di Santa Costantina, relativamente a Carpignano e a Sanarica. cfr. A. JACOB, Inscriptions bizantines datées de la Provincie de Lecce (Carpignano, Cavallino, San Cesario), cstr. dai "Rendiconti della classe di Scienze morali, storiche e filologiche", dell'Accademia Nazionale dei Lincei, serie Vili, gennaio-febbraio 1982.41-51. "
9 Bibliotheca Sanciona, v. IV. Roma 1964, coli. 275 - 259.
10 Vi è un S. Antonio Abate datato 1516. mentre sotto l'immagine deli'Arcangelo Mi
chele si legge un'iscrizione successiva, del 1520.
Dell'apparato iconografico più antico che il De Giorgi il secolo scorso leggeva a malapena, oggi rimangono sbiadite tracce (S. Michele, santi anonimi).
11 Tasselli, Antichità cit., 138; il Tasselli aggiunge che queste "cellette" ai suoi tempi
erano state "bel li te da frate Antonio Rao Romito".
12 Cfr. R. Fariou CAMPANATl, La cultura artistica nelle regioni bizantine dell'Italia
dal VI all'XI secolo, in AA. VV., I bizantini in Italia. Milano 1982. specialmente le pagine 271-294; ancora utili e sintetiche osservazioni sul fenomeno si leggono in un saggio
trascurato di A. JACOVELLI, Nuove indicazioni di studio sulla civiltà rupestre medioevale
pugliese, in "Rivista storica del Mezzogiorno", a. Il, 1967, 3 -19.
13 Cfr. A. Guillou. Città e campagna nell'Italia meridionale e bizantina (VI - XI
secc.) in AA. VV., Habitat-Strutture-Territorio, a cura di C.D. Fonseca, Galatina 1978,
27-43.
14 Tasselli, Antichità cit.. 138: anche il De Giorgi ritiene che raffresco "rinnovalo" il
1567 rappresenti s. Costantina; così A. MEDEA nella sua opera Gli affreschi delle cripte
eremitiche pugliesi, Roma 1939. 119.
15 ASL (Archivio di Stalo di Lecce), 39/35, da f. 135 r. Per tutta la vicenda cfr. Ut questione demaniale in Terra d'Otranto nel XIX secolo, Lecce 1985.
17 Pianta erbacea i cui semi macinali erano usati come biada per il bestiame.
18 Come si può rilevare ancora dalla carta dell'Istituto Geografico Militare, tutte queste località sono a mezza costa della Serra di Casarano, proprio al di sotto della nostra cripta; c'è da osservare che la masseria Buffolelle si innestava nell'antica Gasaiano-Taurisano che correva più a monte dell'attuale percorso.
19 Nel medesimo volume di protocolli di notar D. Garrisi sono contenute due altre perizie relative alla medesima questione demaniale; la prima sotto la data del 6 agosto - i
''reddenti" sono 18 in gran parte di Taurisano -. la seconda del 27 dicembre.
20 L'alto termina a carta 178r.
21 Cfr. B.F. Perrone, Neofeudalismo e civiche Università in terra d'Otranto, ii. Galatina 1980. 274: «c ducali settanta e grana dice [l'Ospedale introita] per l'annata d'affitto
del feudo di S. Costantina».
22 Ibidem, 105.
23 B. Papadla. Memorie storiche della citici di Calatimi nella Japigia, a cura di G.
Vallone, Galatina 1984, 112 -114.
24 Ibidem. 120.
25 M. Montinari. Galatina antica. l'Ospedale di Santa ('aterina, Galatina 1941. Vili, documento 13.
26 Per tutta la vicenda cfr. ora, A. Di: Bernart, M. Cazzato, E. Inglscio, Nelle Terre di Maria d'Enghien. Torrepaduli e S. Rocco, Galatina 1995.
27 Per i feudi indicati nel diploma della "concordia" nel 1494. cfr. Montinari, Galatina. doc. 114; per tutta la vicenda cfr. R.F. Pf.rronr. Neofeudalesimo cit.. II. 11-17.
28 B.F. Perrone, Neofeudalesimo cit., 11. 39 e sgg.
29 Ibidem. 40-42.
30 Ibidem. 88-89; ma cfr. pure alle pp. 42-43 la nota 15.
31 Ibidem, 105.
32 Ecco il transunto del diploma così come lo riporta il Montinari a doc. 153: «Diploma originale in carta pecora ben molto corroso della Regina Giovanna e Re Carlo suo primogenito con cui accorda licenza al Monastero di S. Caterina Novella di Galatina di poter rendere abitati i due feudi di (Caprarica e Colometo, coll'esenzione dai fiscali ecc.. per
dieci anni, e conferma la giurisdizione che in essi aveva. Dato in Saragozza nell'anno XV
di Castiglia, IV di Novara. Ili dagli altri regni e III del Re».
33 Cfr. M. Montinari, Galatina cit. documento 157 a pagina LXXV.
34 Ibidem, documento 145, pp. LXX, LXXI. del 18 maggio 1517; cfr. inoltre, il documento 152 del 29 gennaio 1518 alle pp. LXXI1I-LXXIV; Petrore. posto tra Cutrofiano e
Galatina è il classico modello dei casali scomparsi già all'inizio del XV secolo, se non
prima, e mai più popolati nonostante i tentativi; per queste questioni cfr. M. Cazzato, A.
Costantini, V. Zacchino. Dinamiche storiche di un'area del Salente prefazione di G.Vallone, Galatina 1989.
35 Esistono ancora, scolpile le "teste umane di fiero portamento, con grandi occhi a mandorla e colle gote rigonfie", notate, in funzione di capitello, dal De Giorgi nella sua escursione del 1885 alla cripta.
36 Insediamenti cit, 84.
37 La notizia riportata dall'infido Chronicon neritimm, secondo la quale il 1395, a causa del terremoto che distrusse il monastero benedettino di Racalc, la "ecclesia di Santa Costantina" fu donala "cura omne terreno" dai casarancsi a questi monaci, non consente di essere meglio verificata: cfr. Q. Scozzi, La grolla del SS.ino Crocifisso o di Santa Costantina, in "Sallentum", 1985. 55-60.
M Nel catasto ondarlo di Ruffano (1750) non è annotala neppure la cripta; come pure non risulta visitala negli atti della visita pastorale del 1711. cfr. S, Palese, Per la storia religiosa della diocesi di Ugento agli inizi del Settecento nel V volume degli "Studi Chiarelli", Galatina 1976, 275-334.
39 ASL. carte dell'Ente Comunale di Assistenza e della Congregazione di Cantei di Galatina; inventari dei beni dell'Ospedale civile.
Come si avrà modo leggendo gli altri saggi di questo volume, la fortuna bibliografica della cripta del Crocifisso è ragguardevole anche in campo nazionale; del 1967 e l'opera di A. Venditti. Architettura bizantina dell'Italia meridionale (2 voli., Napoli) che alla nostra cripta dedica poche ma acute osservazioni che attirarono su "L'Espresso" del 14 gennaio 1968 le attenzioni di B. Zevi, attraverso una recensione riproposta alle pp. [0-13 delle sue Cronache di Architettura (Bari 1970). Più recentemente si è interessato all'insediamento, da un punto di vista folclorico, R. Orlando in Taurisano, Galatina 1996 (pagina 177) e. da un'altra ottica, M. Mainarci in Cristi di campagna. I nomi di Dio nelle tavolette dell'I. G. M. riguardanti la provincia di Lecce, in "Lu Lampiune", n. 1, 1997, pp. 23- 34. Ma non bisognerebbe trascurare le utili osservazioni del compianto Q. Scozzi nell'articolo La grotta del SS. Crocifisso della "Macchia" o di S. Costantina, in "Presenza Taurisanese" n. 10 del 1984,5.
Mario Cazzato
Tratto da "La cripta del Crocefisso di Ruffano, storie e geografie sconosciute", di Aldo de Bernart, Mario Cazzato, A. Lupo, Ermanno Inguscio. Congedo Editore, Galatina 1998.
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