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Chi va per "masserie", oggi, va in cerca di un rifugio, lontano dai rumori della città, per rivivere la bella favola di un tempo, quando "masseria" significava soprattutto odore di timo e di fieno, latrato di cani, starnazzìo di oche, muggito di mucche, belato di capre, profumo di ricotta fresca nelle "fische" di giunchi, camini sempre accesi in cucine annerite, paiòli fumanti ricolmi di latte, proprio come nella prosa di Claudio Micolano:
"Per noi cittadini una masseria è un miraggio: a torto o a ragione ci accostiamo ad essa con la segreta fiducia di trovare il cacio o la ricotta genuini, di vedere fervere il lavoro dappertutto e andare la gente, uomini e donne, su e giù tra un nugolo di animali da cortile liberi e tranquilli, al sicuro dagli estranei per la presenza di certi cagnacci scorbutici e brontolanti.
Oh! massara! chiamai da lontano. Mi venne ad aprire una donna soda e grassoccia, dal viso di mela delizia.
Che vuoi, signorino? Entra, entra pure! I cani li tengo a bada io.
Non avete per caso un po' di cacio pecorino fresco?
Alla risposta affermativa, posai la bicicletta davanti al cancello, entrando con circospezione e sospetto, per via di quei cagnacci, ma anche per quel senso di novità e stranezza, che un mondo nuovo ci produce.
In una grande stanza buia un gran calderone su un tripode borbottava sotto la cappa di un enorme camino antico: una giovinetta riservata schiumava la ricotta affiorante sul siero, mentre su una scansìa erano già pressate nelle fische grosse forme di cacio. Ammucchiali in gran disordine in un angolo erano vari attrezzi per coltivare la terra e sacchi di non so che impasto, forse mangime per gli animali o concime per i campi. Infestavano le pareti corde di pomodori rossi e gialli per l'inverno, e pizzicava le narici il profumo di un mazzo di origano fresco.
In quell'ambiente, che conservava tutti i tratti caratteristici di quelle case antiche di campagna, pulite ed ospitali, nonostante il continuo contatto dei padroni con la terra e con gli animali, mentre mi offrivano la ricotta bianca e squisita, che sapeva di erba fresca di prato, curioso chiedevo tante cose alla massara, in un certo senso lusingata dai complimenti, che di tanto in tanto le sciorinavo"(1).
Quando si parla di masseria la mente corre a quell'agglomerato rurale, finalizzato allo sviluppo dell'agricoltura e dell'allevamento del bestiame, composto di case (talora di pregevole architettura), jazzi, curii, mandrie, pascoli, palmenti, trappeti, granai, depositi, e a volte anche di cappella e di piano nobile per il proprietario, con a capo un massaro donde, secondo alcuni, il termine massaria o masseria; secondo altri, invece, il nome deriva da massa, nel senso di "proprietà agricola".
In taluni casi la massa subentra alla villa romana, formando "veri villaggi agricoli fortificati" (2). Rientra probabilmente in questa casistica l'antica Cardigliano, che da villa (toccata al leggendario Cardinus, donde il toponimo prediale di Cardigliano), a causa di alterne e dolorose vicende storiche, passa lentamente a insediamento rurale, con la riorganizzazione delle "terre deserte" in un vasto villaggio agricolo, la cui identificazione è da ricercarsi verosimilmente sul pianoro di s. Elia, che guarda la sottostante masseria di "Cardigliano di Sotto", per via dei ruderi e delle tombe che ancora vi affiorano.
Per secoli la masseria ha svolto un ruolo di primaria importanza nella vita sociale ed economica, e per tante famiglie che vi hanno trovato lavoro ed anche protezione: si pensi alle masserie fortificate che per tutto il Cinquecento hanno difeso dalle incursioni piratesche le popolazioni sparse per le campagne di Terra d'Otranto dove, in alcuni casi, compresa Ruffano, la matrice delle masserie in età altomedievale va ricercata nelle grance basiliane, organizzate secondo i canoni di preghiera e i ritmi di lavoro dei monaci di s. Basilio. Le grance, infatti, come le masscrie, agglomeravano gruppi di contadini in grotte o in case terragne disposte intorno ad una chiesa-cripta (le masserie di solito intorno ad una torre) al fine della coltivazione dei campi (le masserie anche per l'allevamento del bestiame) con regole rigide che imponevano la presenza sul campo di lavoro dal sorgere al tramontar del sole, secondo, appunto, la regola di s. Basilio. Accanto alla cappella, quasi sempre scavata o ricavata nella roccia, i monaci costruivano le abitazioni composte di pochi vani a piano terra con tetti di canne (cannizzi) ricoperti di tegole Ombrici), cotte dagli stessi monaci i quali conoscevano molto bene l'arte dei fi-guli, tramandata poi ai ruffanesi. Questi abituri si aprivano in un cortile comune (curie) in cui trovava posto la pila per lavare i panni, l'aia, le fosse granarie, il palmento, il trappeto, la stalla, la cisterna o il pozzo(3).
Una struttura non dissimile, quindi, per molti aspetti, da quella delle masserie e che avrà i suoi riverberi nella "casa a corte", che aggrazia tuttora i centri storici di non pochi paesi del Salento. In Ruffano esistevano cinque grance: s. Sebastiano, s. Maria della Finita, ss. Trinità (la più importante), s. Angelo, s. Maria della Neve (Zoccalio), tutte di rito greco, dipendenti dalla parrocchiale.
Ma al di là dell'accostamento, nel caso specifico tutto locale, tra grancia e masseria, rimane valido il concetto di organizzazione di un nucleo per la lavorazione razionale della terra e per l'allevamento del bestiame, nonché per i mercati e le fiere Oa fiera di s. Marco in Ruffano ha queste origini), con risvolti positivi sui prodotti cerealicoli e caseari. Emblematica, in proposito, è la testimonianza di Carlo Ulisse de Salis, signore di Marschlins, che nel 1789 scriveva:
"...nella foresta di Supersano sono allevate due razze equine appartenenti al Marchese di Martina e al Duca di Cutrofiano, le quali forniscono buonissimi cavalli da sella e da tiro. Vi sono anche degli armenti, ed assaggiai qui una nuova qualità di formaggio fatto di latte di capra, che è davvero eccellente"(4).
In questo contesto s'inserisce la Masseria Mariglia di Ruffano, che guarda in linea d'aria la masseria di "Cardigliano di Sotto", la più antica (1408), e l'altra di "Cardigliano di Sopra", la più recente (1930)(5).
Il toponimo "Mariglia", infisso alla masseria, deriva dal nome della famiglia che l'ha posseduta per un lungo arco di tempo: una famiglia dalle chiare note di nobiltà e di censo, importata nel Salento, e già attestata in Ruffano sul calare del XVI secolo con Angelo Antonio Mariglia e nel XVII secolo con don Antonio Mariglia, rettore, il 1683, della chiesa di rito greco di s. Antonio Abate da Vienna, nel borgo s. Marco: una chiesetta gentilizia fatta erigere nel Cinquecento (abbattuta il 1958) dalla nobile famiglia de Capo, che nella parrocchiale di Torrepaduli ha lasciato l'impronta della sua distinzione nel frammento di un pregevole bassorilievo su lastra di pietra raffigurante la Natività.
Ma il momento di maggior "lustro" per la famiglia si ha tra il Sette e l'Ottocento con il consolidamento di un cospicuo patrimonio ad opera del Magnifico Lazzaro Mariglia (senior), intestatario, già a metà del Settecento, di vasti possedimenti di terreno agricolo, che assumono poi il toponimo di "loco detto li Marigli"; e, nello stesso secolo, con scelte matrimoniali nella nobiltà e nella società bene del Salento come avviene per il Magnifico Antonio Mariglia che sposa donna Marianna D'Elia, che lo renderà padre di Lazzaro (junior), Maria, Domenico, Luigi, Francesco, Giuseppe, Carlo, i cui molti nomi richiamano una prassi consolidata nella nobiltà, avvalorata, nel caso in questione, anche dal predicato della madrina di battesimo (amministrato nella parrocchiale di Ruffano il 2 ottobre 1777), "l'illustrissima donna Rosa Barzoli, baronessa di Corsano". Una scelta significativa di comparatico con una famiglia che proprio in quel 1777 inquadrava il suo blasone sulla facciata del "Casino della Varna" in Torrepaduli: un fastoso "Casino di Caccia" a ridosso del Bosco Belvedere, fatto costruire, appunto, da Gio. Tommaso Capece, barone di Corsano, su disegno del famoso architetto leccese Emanuele Manieri (6).
Poi, nel secolo XIX, i Mariglia si imparentano con i Pio, quando il 22 maggio 1800 donna Teresa Mariglia sposa don Ippazio Pio; e successivamente con i d'Amore di Ugento a seguito del matrimonio tra il Magnifico Cesario Mariglia e donna Maria Anna d'Amore. Frutto di queste nozze, donna Maria Francisca Mariglia sposerà il 10 agosto 1870 don Alessandro Castriota Scanderbeg d'Albania.
Attestatisi quindi in Ruffano, i Mariglia coprono un arco di tempo di circa tre secoli, estinguendosi agli albori del secolo XX, quando il 24 giugno 1909, contristata dalla vedovanza, si spegne donna Maria Francisca all'età di 64 anni, nel suo palazzo nell'antico rione s. Foca (7).
Disposta nello scacchiere di numerose masserie, che si snodano a rosario da Supersano a Specchia Preti, la Mariglia sorge su di un contrafforte del Mocorone (Mons-coronae), uno dei due balconi panoramici di Ruffano (l'altro è la Serra) da dove si possono ammirare le sottostanti vallate e i paesi che si profilano all'orizzonte. Da questo balcone "Serro Mucorone" e dall'altro della "Madonna della Serra", sul calare dell'Ottocento Cosimo De Giorgi si affacciò annotando:
"Guardato di lassù il paesaggio è veramente pittoresco: sfuggono un poco i dettagli, ma ci guadagna l'insieme del quadro. L'occhio abbraccia una vasta pianura ondulata, che dalle colline di Ruffano, di Specchia e di Alessano si stende, fino all'Adriatico, tutta seminata di paesi, di borgate, di ville, di fattorie e di cascine, e tutta messa a coltura(8) .
Ed ancora il De Giorgi, questa volta da scienziato:
"Questa Serra di Ruffano è la continuazione di quella di Supersano. L'una e l'altra sfilano quasi in linea retta da maestro a scirocco colle loro pendici qua brulle e dirupate, là disposte a scaglioni, come l'opposta Serra del Mito, che piomba sull'Adriatico presso la marina di Tricase. Sull'altipiano di queste colline verdeggia l'albero sacro a Minerva all'altezza di 160 a 180 metri sul livello del mare. Agli occhi del geologo si presenta un'altra scena. Questa Serra di Ruffano formò in origine la costiera del mare pliocenico, quando l'Adriatico confondeva ancora le sue acque con quelle del Jonio nella parte mediana della Penisola salentina. L'altipiano formava allora una piccola striscia di continente che sporgeva dal mare, come un'isola, larga appena due chilometri, ed estesa da Montesardo alla Serra di Parabita. Le onde marine tagliavano ai suoi fianchi dei lunghi terrazzi; e sopra uno di questi riposa appunto Ruffano a 125 metri sul mare..." (9).
Vita ai pastori, agli artigiani, al bue e all'asinelio, con sfarzo di costumi e puntuali strutture secondo la più accreditata tradizione; si spostò successivamente nella masseria di "Cardigliano di Sotto", una fabbrica quattrocentesca, come s'è detto, a circa due chilometri da Ruffano, che tra il Natale e l'Epifania si popolava di personaggi e di visitatori ai quali esibiva, alla luce tagliente dei fari, i segni del suo passato irrimediabilmente appannato dall'edacia del tempo e dai guasti degli uomini. In un'ampia brughiera di macchia mediterranea, un tempo adibita a pascolo, la mole brunita della fabbrica si stagliava maestosa in tutta la sua architettura di "castelletto", con cortina a leggera scarpata, marcapiano, e sperone lanceolato, con un portale dall'arco a tutto sesto, che invitava all'ingresso traverso un impiantito basolato che immetteva in una serie di stanziole dove, in costume d'epoca, il maniscalco, il carpentiere, il battitore di rame, il figulo, il tornitore, il calzolaio, erano all'opera pronti a dare dimostrazione della loro perizia al visitatore. Il tutto condito dal ristoratore, che sotto un'ampia cannicciata dell'antico stazzo, offriva a tutti polpette o carne al sugo, seguito dall'oste che ti porgeva un bicchiere di generoso vino salentino. Più in là alcune massaie che in grandi teglie friggevano le "pittule" mentre il fornaio, dall'antico forno a legna della masseria, sfornava senza sosta le" "pucce ccu le ulie": tutti prodotti tipici della cucina salentina, offerti gratuitamente e cortesemente al visitatore dall'occhio smagato in cerca di nuove proposte al piano nobile della fabbrica, dove in una sequela di stanze lamiate la fiamma dei camini riverberava sulle pareti scrostate i volti delle massaie intente a filare o a tessere la lana alla battuta cadenzata di antichi telai, in uno scenario che rinverdiva pateticamente il ricordo degli anni lontani della loro infanzia, quando, attiva la masseria, venivano a salutare la mamma, che ivi lavorava, per avere il "minore" (minoru), una specie di mozzarella (bocconcino) ricavata dagli avanzi della lavorazione del formaggio schiacciati e avvoltolati nel cavo della mano, come polpette. Un racconto nostalgico e malinconico, narrato sul filo di un ricordo che si stemperava nel sottofondo di nenie e di canti natalizi nelle penombre di quei muri anneriti dai licheni ma carichi di storia dell'antica "Gratilliano", che alla vicina Ruffano, ormai assurta a grosso casale e con una popolazione sempre in crescendo, guardava sin dal XVI secolo come a erede spirituale della sua storia.
Senza dimora fissa, dunque, per più anni, il presepe vivente di Ruffano approderà infine alla masseria Mariglia quando gli amici della tradizione popolare ne verranno in possesso, con atto per notar Domenico Candela di Ruffano del 27 settembre 1990. Qui la scenografia del presepe si e ampliata, per via di larghi spazi offerti dal complesso, fino ad arricchirsi di edifici costruiti in polistirolo, che rievocano episodi connessi con il divino evento.
Per quanto si è detto, non sembri però che la storia attuale della masseria Mariglia sia legata al presepe vivente e questo legato all'associazione degli amici della tradizione popolare. Sarebbe riduttivo pensare che la masseria sia stata acquistata al solo fine dell'allestimento annuale del presepe vivente, che in definitiva è soltanto una delle attività che identificano e qualificano il complesso, che in effetti prevede un ampio ventaglio di servizi, in funzione dei quali la fabbrica è stata in parte ristrutturata e gli ampi spazi utilizzati su progetto del socio geom. Antonio Pistone, con lo scopo precipuo di offrire un rifugio a quanti vogliano passare momenti di relax nelle ore del tempo libero e soprattutto nei giorni festivi, donde il titolo, peraltro non nuovo, di "Città della Domenica", forse meglio, per chi scrive questa nota, di "Masseria dell'Amicizia", perchè il fine è proprio quello dell'incontro amichevole, con spirito cristiano e sociale, per lo scambio di idee, di proposte, di vissuto, al fine di sentirsi migliori nei confronti di noi stessi e degli altri, in tempi come i nostri in cui i valori della persona umana sembra non contino più.
Di qui il progetto dell'opera che prevede, oltre al recupero di un bene culturale e ambientale, attività culturali, sportive, sociali:(10) = attività culturali: conferenze, mostre d'arte e di artigianato, serate
musicali, proiezioni cinematografiche, seminari di studio, ecc.;
= un museo delle tradizioni popolari, inteso a raccogliere manufatti della civiltà contadina; = tempo libero per gli anziani e per i portatori di handicap; inteso anche quale prevenzione per combattere il problema della droga e le varie devianze;
= visite guidate per gli alunni delle scuole, per un contatto con la natura
e con la storia del passato; = un parco giochi per i bambini; = una pista per pattinaggio; = un campo da tennis; = un campo di calcetto; = un campo di bocce;
= una chiesetta per chi voglia la domenica assistere alla s.messa; = un posto di ristoro.
Fin qui il progetto delle attività previste, fatte salve comunque le modifiche o le aggiunte via via che l'opera entrerà a regime: un progetto a "tutto campo", come si vede, che lascia il fiato sospeso all'uomo della strada ma non certo agli amici della tradizione popolare che di fiato ne hanno tanto perche posseggono le carte vincenti del volontariato, che comunque va supportato, come tutte le iniziative, dalla cittadinanza e dalla civica amministrazione, dai locali circoli culturali e dalla Pro Loco, dagli organi delle Parrocchie di Ruffano e Torrepaduli e dalle istituzioni scolastiche.
Ma chi sono gli amici della tradizione popolare? La risposta è inserita nel contesto della domanda: sono amici non solo delle tradizioni popolari ma soprattutto tra di loro. È in una parola un'associazione sorta tra amici per la tutela, la cura e l'utilizzo di un bene ambientale. E finché durerà la loro amicizia l'opera andrà avanti, soprattutto perchè hanno dimostrato concretamente, di fronte a tante difficoltà, di voler andare avanti, forse per aver assimilato la vita del "massaro" che tirava avanti anche nei periodi non facili di carestia o di morìa del bestiame; oppure la vita faticosa dei pastori della "transumanza" che spingevano il gregge dall'Abruzzo fino in Puglia, tra disagi e insidie d'ogni sorta, vestiti da una
"specie di casacca formata da due pelli di pecora cucite insieme, con un foro dove passa la testa e due fori per le braccia, una ruvida camicia, un paio di brache di stoffa altrettanto ruvida ed un paio di sandali"(11).
Pure i nostri "amici " vestono la tuta da lavoro, per fabbricare, sterrare, pavimentare, sistemare l'impiato elettrico, piantare alberi e fiori, costruire muretti a secco, trasportare materiale, recingere, approntare comunque tutte le infrastrutture. Se tutto questo è stato fatto, tutto questo ed altro si potrà fare, almeno fino a quando ci sarà la buona volontà per farlo.
La "Città della Domenica" non è sorta per il capriccio di "pochi" ma per la fruizione di "molti", per il fatto che, qualunque sia il futuro dell'opera, essa resta un punto fermo nella storia dei beni culturali e ambientali di Ruffano, come il castello, il centro storico, la chiesa della Natività di Maria Vergine, il convento dei cappuccini con le meridiane seicentesche del chiostro e l'annessa chiesa di s. Francesco, i palazzi gentilizi, la cripta di S. Marco, i frantoi ipogei, i giardini barocchi, il Mocorone, la Serra. Un punto fermo, insomma, per il recupero di un bene ambiantale per sottrarlo ai guasti del tempo e offrirlo, magari come piatto forte, in un convivio turistico con le parole del de Salis:
"Al sommo di una di queste colline è situato il paese di Ruffano dove la maggior parte dei contadini, vestono abiti di certa stoffa di lana gialla, manifatturata sul posto e colorata con reseda lutea Linn., che non solo cresce rigogliosa in quei dintorni, ma è divenuta oggetto di coltivazione in considerazione della sua utilità"(12).
Quella resèda lutea, la pianta gialla della ginestra tinctoria, che l'attento viaggiatore svizzero annotò nel suo diario in quel lontano 1789, alligna ancora negli stazzi della masseria Mariglia e sui declivi della Serra, a testimonianza di una antica identità di Ruffano.
NOTE
1 C. Micolano, Uomini e formiche, intr. di G. Pisano, Lecce, Ed. Piero Manni, 1991, pp. 142- 2 Cfr. in proposito, A. Calderazzi, L'Architettura rurale in Puglia. Le Masserie, Fasano, Schena Ed., 1° rist., 1991, p. 11.
3 A. de bernart, Pagine di storia rujfanese, Parabita, Tip. A. Martignano, 1965, p. 6.
4 CU. de Salis-Marschlins, Nel Regno di Napoli, ris. fot. a c. di T. Pedio, Galatina Congedo ed., 1979, p. 97.
5 Sulle due masserie di Cardigliano, cfr. lo studio di L. Mongiello, Le masserie di Puglia. Organismi architettonici ed ambiente territoriale, Bari, Adda Ed. 1984, pp. 142-5 e pp. 315-317.
6 M. Cazzato, L'ultima attività di Emanuele Manieri (Il Casino della Varna a Torrepaduli), in Ruffano una chiesa un centro storico, Galatina, Congedo Ed., 1989, pp. 179-182.
7 Le date di nascita, di matrimonio e di morte dei Mariglia sono ricavate dai rispettivi registri dell'A.P. (arch. parr.) di Ruffano.
8 C. De Giorgi, La Provincia di Lecce-Bozzetti di viaggio, ris. fot. con intr. di M. Paone, Galatina, Congedo Ed., 1975, Voi. I, p. 152.
9 Ibid.p. 151.
10 Vedi in proposito l'art. 1 dello Statuto dell'Associazione, riportato in "Appendice".
11 CU. de Salis-Marschlins, op. cit., LI.
12 Tbid., p. 99.
Aldo de Bernart
Tratto da "La Masseria Mariglia di Ruffano, Il recupero di un bene ambientale" di A. de Bernart e M. Cazzato, Congedo Editore, Galatina 1992. |
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