Saverio Lillo  
     
 

   Saverio Lillo nasce a Ruffano nel 1734. Inizia giovanissimo a dipingere, spinto soprattutto dalla necessità, a causa delle ristrettezze economiche in cui versava la sua famiglia. Sposatosi a 21 anni con Margherita Stefanelli, che gli diede ben sette figli, accettava ogni tipo di committenza per sbarcare il lunario. Ben presto venne a contatto con la nobiltà salentina, per la quale il Lillo iniziò a produrre le sue inconfondibili Madonne, dal tenero incarnato e dal volto dolce e malinconico. Nel 1765, quando ormai aveva abbracciato in pieno l’arte come sua ragione di vita, iniziò la sua opera più importante: le tele della nuova chiesa parrocchiale Beata Maria Vergine di Ruffano, su committenza della Confraternita del Rosario, per un prezzo di 160 ducati, un prezzo certo molto modesto ma che il Lillo accettò volentieri poiché voleva lasciare l’impronta della sua arte nella chiesa madre del suo paese. La prima opera è la tela centrale, raffigurante “Eliodoro che ruba i tesori del tempio”, datata 1765. L’episodio è tratto dal II Libro dei Maccabei e il soggetto ricalca l’affresco del 1725 di Francesco Solimena nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli e la tela del leccese Serafino Elmo nella parrocchiale di Muro Leccese. Poi, la tela del “Trasporto dell’Arca”, episodio tratto dall’Esodo, che riprende l’omonima tela del leccese Oronzo Tiso nella chiesa di Sant’Irene a Lecce. Quindi, la tela della “Visita della Regina di Saba a Salomone”, la più bella del Lillo, episodio tratto dal III Libro dei Re, che ricalca la omonima tela di Oronzo Tiso nel Palazzo Baronale di Arnesano. Il Lillo poi si occupò della tela ottagonale del transetto, raffigurante la “Natività di Maria Vergine” e, successivamente, delle tele degli estradossi, raffiguranti le virtù “Vigilantia, Fortitudo, Virginitas, Puritas, Una Fides, Iustitia, Constantia, Miseratio, Aelemosina, Spes, Charitas”. Completa l’opera la tela “Gesù che caccia i profanatori del Tempio”, episodio tratto dal Vangelo di Matteo, che ripete le omonime tele di Liborio Riccio nella parrocchia di Muro Leccese e di Nicola Malinconico nella cattedrale di Sant’Agata a Gallipoli. Nel 1776, dopo alcuni lutti in famiglia, come la prematura scomparsa di due sue figlie, si dedicò a dipingere la tela raffigurante “Il miracolo di Sant’Antonio e la conversione dell’eretico”. Vissuto in un secolo in cui l’arte pittorica fioriva in Terra D’Otranto, circostanza che giovò alla sua formazione, non ebbe però la possibilità di frequentare le grandi scuole pittoriche del Settecento e questo influenzò la sua arte che non venne considerata, dai critici,  degna dei grandi maestri dell’epoca . Lillo morì a 62 anni e venne sepolto proprio nella chiesa parrocchiale che con tanto amore aveva decorato.

Aldo de Bernart

 (Liberamente tratto da: “Saverio Lillo pittore ruffanese del Settecento”, di Aldo de Bernart,  in “Ruffano una chiesa un centro storico”, Congedo Editore 1989).

    Il Lillo, che non solo a Ruffano ha lasciato l’impronta della propria arte, morì nel 1765 e, da quel momento, scese su di lui un velo di silenzio, dispiegato, nel 1989, da una preziosa pubblicazione, la sopramenzionata “Ruffano una chiesa un centro storico”, ad opera di Aldo de Bernart e Mario Cazzato, che ha fatto riscoprire la figura di questo pittore del XVIII secolo, ingiustamente dimenticato.

A cura di Paolo Vincenti

 
     
 

Saverio Lillo pittore ruffanese nel bicentenario della morte (1796-1996)

 
     
 

    Nel bicentenario (1796-1996) della morie di Saverio Lillo(1), miglior ricordo non poteva avere la figura del pittore ruffanese se non quello della recente scoperta (1995) di un'altra sua opera, che meritamente va ad aggiungersi alle tante che coprono le pareti della settecentesca chiesa matrice di Ruffano, dedicata alla "natività di Maria Vergine".
    Si tratta di una tela per altare (cm 161x100) raffigurante la Crocifissione o Cristo in Croce e Pie Donne (2), di recente restaurata, per l'interessamento del parroco don Nicola Santoro, da Elvira Caputi Lambrenghi, per conto della Soprintendenza di Bari, che nel corso della pulitura del dipinto ha messo in luce nell'angolo estremo in basso a sinistra la firma dell'artista con la data: Lillo P. 1776, che era completamente ricoperta da stucco e ridipinture(3).
    Il "millesimo" riportato sul dipinto sembra indicare il termine del ciclo pittorico del Lillo nella chiesa matrice di Ruffano iniziato, su committenza della Confraternita del Rosario, il 1765 con la grande tela di Eliodoro che ruba i tesori del tempio (l'episodio è tratto dal II libro dei Maccabei, ma il soggetto ricalca l'affresco del 1725 di Francesco Solimena nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, e la tela del 1734 del leccese Serafino Elmo nella parrocchiale di Muro leccese), che campeggia al centro del coro tra le coeve tele del Trasporto dell'arca (episodio tratto dall'Esodo e soggetto che ricalca la omonima tela del leccese Oronzo Tiso nella chiesa di S. Irene a Lecce) e della Visita della regina dì Saba a Salomone (episodio tratto dal III libro dei Re e soggetto che ricalca la tela omonima del Tiso dipinta per il palazzo baronale di Arnesano), alle quali tre tele fa seguito, dopo due anni, la tela di Gesù che caccia i profanatori dal tempio (episodio tratto dal vangelo di Matteo e soggetto che ripete le omonime tele di Liborio Riccio nella parrocchiale di Muro Leccese c di Niccolò Malinconico nella cattedrale di Gallipoli), collocata nel rctrospetto della porta maggiore, datata e firmata: xaverius Lillo a' Ruffano P. a.d. 1767, restaurata una prima volta da Paolo Emilio Stasi che sulla tela, in basso a destra, lasciò traccia del suo intervento: P.E.S.R. (Paolo Emilio Stasi Restaurò 1872).
    Appartengono a questo ciclo anche la tela otlagona del transetto raffigurante la Natività di Maria Vergine, la più bella tela del Lillo, e quelle degli estradossi delle sei cappelle laterali raffiguranti: vigilantia, fortitudo, virginitas, puritas, una FIDES, justitia, constantia, miseratio, aelf.mosina, spes, CHARITAS.
    Al 1776 sono da datare la grande tela raffigurante II miracolo di S. Antonio e la conversione dell'eretico, e la Crocifissione la cui committenza e da ascriversi alla pietas di una dama d'antico lignaggio, donna Stella Saetta, che in quel 1776 aveva tenuto a battesimo l'ultimo nato del pittore: Giosuè Antonio Maria. La tela fu commissionata per l'altare dei Saetta, ricostruito intorno al 1720 nella nuova chiesa, aperta al pubblico il 1712, a ricordo di un antico altare che don Bernardino Saetta aveva fatto erigere in veteri ecclesia. Infatti, la tela reca in basso a de­stra l'arma dei Saetta, che compare pure scolpita al centro della trabeazione dell'al­tare, uno dei più semplici che corredano la matrice di Ruffano.
    L'opera è l'espressione della maturità del Lillo se si tien conto che l'artista iniziò a dipingere appena ventenne, e che la sua vita si concluse nell'arco di 62 anni.
    In essa non è visibile il raccordo con le precedenti esperienze pittoriche, che qui sono rivisitate in forme e atteggiamenti che mai prima l'artista aveva vissuto e impaginato, come nel caso del Cristo posizionato sulla Croce, infissa quasi ad altezza d'uomo, investito per tutto il corpo da una lama di luce che illumina le pie donne. Maria di Nazareth Maria di Cleofa e Maria di Magdala, ed esalta simbolicamente il rosso vivo, come sangue, nel manto di Giovanni; mentre tre angioletti, nel campo alto a sinistra della tela, squarciano le nuvole di un cielo plumbeo che va rasserenandosi.
    Il lutto inquadrato in una scenografia, sapientemente calibrata nei volumi e accuratamente dosata nei colori, che fa di questa tela se non l'opera migliore di certo la più interessante del Lillo nella chiesa matrice di Rullano.

    Xaverius Lillo, come amava firmare le sue tele, in effetti si chiamava France­sco Saverio Donato. Terzogenito di Angelo e di Anna Micoccio vide la luce in Rullano il 14 febbraio del I734J.
    La biografia che A. Poscarini riporta nei suoi manoscritti (n. 329 ad vocem), conservati presso la Biblioteca Provinciale "N. Bernardini" di Lecce, parla di Lillo Paolo Saverio... pittore nato a Ruffano il 20 novembre 1708 e ivi morto il 21 gennaio 1789. Che non è il Nostro. A chiarire l'insolita inesattezza del Foscarini, quand'altro non ci fosse, ci soccorre una ratificatio rogata il 1764 per notar Vito Antonio Margarite da Ruffano tra "Francesco Saverio Lillo pittore e la madre Annamaria Micoccio" (ASL, 79/4, alle ce. 804r-806v).
    Chi lo abbia spinto e sostenuto, considerale le sue fortune appena decorose, a coltivare l'arte pittorica, vistane l'innata tendenza, non ci è dato sapere, se non ipotizzando l'intervento di un sacerdote, suo congiunto per via materna, D. Paolo Micoccio, che nella Rullano settecentesca godeva stima e fortuna.
    E certo però che dovette iniziare giovanissimo a dipingere, ispirandosi alle opere del Catalano, del Coppola, del Malinconico, dell'Elmo, del Tiso e più tardi del Riccio, che più giovane del Lillo godeva fama di maggior pittore.
    Ma le prime esperienze pittoriche non dovettero granché impegnare il Lillo nello studio, se nel 1755, a 21 anni, lo troviamo accasalo con Margherita Stefanelli (5), che il 2 ottobre del successivo 1756 lo renderà padre delle gemelle Angela Caterina Vincenza e Vincenza Angelica Cesaria.     Seguiranno poi altri cinque figli: Michele Angelo Ignazio Mose (1759). Maria Rachele Luigia (1766), Maria Rachele ( 1768), Maria Teresa Reginalda ( 1772) e Giosuè Antonio Maria ( 1775).
    Terminato il ciclo pittorico nella matrice di Ruffano, lo troviamo attivo in vari paesi di Terra d'Otranto, e segnatamente a Galatina, a Botrugno, a Tricase, a Maglie, a Copertino, a Mesagne, a Diso nella cui parrocchiale riproduce la tela Eliodoro che ruba i tesori del tempio (m 8,80x4,70) che era stata la sua prima opera (1765) nella matrice di Ruffano, e che ricalca, come s'è già detto, l'affresco del Solimena nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli. Con la replica di questa grande tela il Lillo si fa interprete dell'arte solimenesca in periferia, anche se non sappiamo se il Nostro subì tale influenza a Napoli o attraverso la presa visione di opere del Solimena sparse in Terra d'Otranto. Abbiamo detto, peraltro, che la tela di "Eliodoro" era stata già dipinta (1734) da Serafino Elmo nella parrocchiale di Muro Leccese. Sempre nella parrocchiale di Diso figurano altre cinque tele del Lillo raffiguranti: S. Paolo Apostolo, Caino che uccide Abele, S. Pietro Apostolo, Il sacrificio di Isacco (m 3,50x2,00) e il Martirio dei SS. Apostoli Filippo e Giacomo (m 3,50x3,20).
    Nel 1772 troviamo il Lillo a Mesagne, dove firma per quella collegiata una tela raffigurante l'Annunciazione; e lo stesso anno, nello stesso centro e per i domenicani firma una bellissima Natività e un'ariosa Assunzione, opere tra le migliori del Lillo.
    A Tricase dipinge le tele per la chiesa dei domenicani; a Maglie, nel 1777, quelle per la collegiata raffiguranti: la Predicazione di S. Giusto, il Martirio di S. Oronzo. S. Nicola che abbatte il cipresso di Diana, la Visitazione della Vergine, I'Annunciazione.

    Nel 1778 troviamo il nostro pittore a Gallipoli per accomodare il quadro di prospetto, rappezzarlo, pittare le pezze e pittare una testa di Cristo alla Croce della Settimana Santa che si porta in processione, per soli 85 carlini (6).
A Galatina,. nella chiesa dei domenicani, il Lillo, nel 1793, a 59 anni, firma una delle sue ultime opere: la tela dell'Annunciazione.

    In gran parie delle sue tele il Lillo ricalca i temi del Vecchio e Nuovo Testamento che gli danno la possibilità di raffigurare scene sfarzose e movimentate, affollate di figure, che gli consentono peraltro di coprire vaste superfici. Ma se vi riuscì per lo sfarzo e per l'inquadratura ambientale, gli venne meno però il movimento, e talvolta la prospettiva, donde l'appiattimento delle sue figure modellale secondo un cliché fisso. Ne è testimonianza, tra le tante, la tela del Miracolo di S. Antonio e la conversione dell'eretico delia matrice di Ruffano, quadro che il De Giorgi definisce scorrettissimo per disegno, per colorito e per intonazione(7). Meglio invece quando riduce la folla dei personaggi e tratta le figure essenziali, come le sue Madonne.
    Ma se questi sono i limiti dell'arte del Lillo, bisogna pur dire che ebbe intelligenza, mano sicura e pronto intuito. Non ebbe cerio il talento del grande artista, ma ebbe profondo il culto dell'arte che espresse nelle forme dell'umanità dolente, come era la sua, in cerca sì di gloria ma al tempo stesso consapevole dei propri limili.
    Ed è forse questo il messaggio che ha voluto lasciarci nel suo autoritratto nella tela dei Profanatori del tempio, replicato poi in quello della Conversione dell'eretico nella matrice di Ruffano. In entrambe le tele compare nudo, in una massa michelangiolesca dalla fiacca anatomia, non per narcisismo del proprio corpo ma per modestia della sua persona che. spoglia di ogni presunzione, si accoscia nella prima, quale penitente, e si inginocchia nella seconda, quale credente.
    La morte lo colse nella piena maturila: aveva 62 anni.
Calando nella tomba, in quel 12 di ottobre del 1796, portò con sé, nella chiesa che con tanto amore aveva decorato, il piamo senza lacrime dei volli delle sue tele, l'ultimo bacio della diletta Margherita e l'estremo saluto dei suoi quattro figli superstiti.
    Dei quali, due seguirono le orme paterne, affermandosi nella pittura, nell'incisione e nelle decorazione: il primogenito Mose, reso famoso dall'incisione dell'antiporta che l'editore napoletano delle Memorie storiche della città di Galatina di B. Papadia gli commise il 1792, e che l'artista firmò Moyses Lillo inv.; la stessa firma che appose sulla grande tela dell'Immacolata nell'omonima chiesa di Alliste; e la terzogenita Maria Rachele (che aveva preso il nome della sorella sua Maria Rachele Luigia, morta ad appena un anno nel 1767), che in Galatina firmò una delle sue prime opere: Lucrezia (la famosa matrona romana insidiata da Sesto Tarquinio figlio di Tarquinio il Superbo) datata e firmata nel verso della tela: Maria Rachele Lillo Pin. 1789 (8). Sorprende, questa tela, per i tenui colori, la delicatezza dei tratti la padronanza delle pennellate, sol che si pensi che Maria Rachele la dipinse quando aveva 21 anni!
    L'artista dovette avere una spiccata tendenza per il ritratto, dimostrando capa­cità ncll'interpretarc il personaggio nei tratti salienti e più espressivi (9).
    A Ruffano ha lasciato l'impronta matura della sua arte nella tela d'altare raffigurante la Morte di S. Giuseppe, nella chiesa del Carmine, dipinta il 1832 quando aveva 64 anni.
    Attiva, oltre che a Ruffano, a Presicce, a Ugento, a Supersano (s. Michele Arcangelo, datato 1838, nell'omonima Chiesa) a Copertino (tela di S. Giuseppe di Copertino) e, come s'è visto, a Galatina, introdotta probabilmente dal fratello minore Giosuè che in quella città si era accasalo con Maria Rosa Ayroldi, che lo renderà padre di Giuseppe Lillo (1814), il famoso compositore gloria galatinese e salentina dell'Ottocento nei teatri della Napoli borbonica e di mezza Europa.
    La presenza dei Lillo, artisti, a Galatina, dal padre Saverio ai figli Mose, Maria Rachele e Giosuè, ha indotto qualche studioso a definire Saverio Lillo galatinese, attribuendogli così una patria non sua, allo stesso modo del Foscarini per i dati anagrafici. Equivoci nati dalla mancata esplorazione delle fonti documentarie, come questa del 19 giugno 1831, quando Giosuè e Maria Rachele, "figli del quondam Francesco Saverio Lillo, attualmente domiciliati a Galatina", vendono al reverendo Salvatore Gnoni una loro possessione vineata a Ruffano, appartenuta al padre e significativamente denominata pintore(10).
    Era scritto, forse, nel destino di questo artista che dopo la sua morte sarebbe stato ai più malnoto, non solo biograficamente ma anche artisticamente. Del resto, malnoto era anche a Ruffano prima che chi scrive questa nota se ne occupasse e gli intitolasse l'edificio scolastico delle scuole elementari.
    Nel bicentenario di sua morte, ci è sembrato perciò doveroso rivisitarne la figura e l'opera. Almeno per quanto sappiamo.

 

NOTE

1   Sulla figura e l'opera del Lillo, cfr. A. de Bernart. M. Cazzalo. Ruffano una chiesa un cenno Morico (Galatina 1989) 45-48. e ancora 151-152.
2   A. de Bernart, La tela della Crocifissione di Saverio Lillo. Parabita 1996: recentemente L. Galante, in Pittura in terra d'Otranto. Galatina 1993. fig. 240. aveva assegnato al XVII secolo questa Crocifissione.
3   E. Caputi Lambrenghi, Relazione tecnica sul restauro del dipinto ad olio su tela raff. "Cristo in Croce e Pie donne" della chiesa matrice di Ruffano. 1995.
4   A.P. Matirice di Rullano. Libri dei battezzali, voli. 6°. anni 1717-1740: "A 15 febbraio 1734. Francesco Saverio Donalo figlio d'Angelo Lillo ed Anna Micoccio coniugi, nato a 14 detto ad ore 16 incirca, battezzato da me sopradetto Arciprete nella parrocchial chiesa. Secondo il rito di Santa Chiesa e come ordina il Rituale Romano. Padrini Marco Saponaro di Specchia e Domenica Mazzeo di Mclissano. Don Giacomo di Urso Arciprete".
5   Il matrimonio avvenne antle faeiem ecclesiae, iuxta Ritum Sanane Romanae Ecclesiae, alla presenza dei testimoni Reverendius Don Iohannes Orlando et clericus Michael Gnoni eiusdem Terrae. Il rito fu benedetto dall'arciprete don Lazaro Saetta, i cui congiunti, nella stessa chiesa, qualche decennio avanti avevano innalzato un altare di loro patronato, che S. Lillo correderà poi della pala raffigurante la Crocifissione, di cui s'è parlato prima.
6   La notizia. fornitami dall'amico Elio Pindinelli, che ringrazio, è riportata nel Libro degli esiti della "Confraternita dei nobili di Gallipoli".
7   C. De Giorgi, la provincia di Lecce. Bozzelli di viaggio. I (Lecce 1882) 157. e sempre sull'arte del Lillo, il De Giorgi continua nella sua critica demolitrice: in questi quadri non ve merito artistico: essi ci rivelano un pillare salemino. che con audacia pari alla valendo del Riccio ili Muro Leccese e del Coppola di Gallipoli temo le larghe composizioni, ma restò, come il nostro Tiso. nella schiera dei pillali mediocrissimi. Non ci sentiamo, con tulio il rispelto per il De Giorgi, di condividere appieno questo suo apprezzamento per il Lillo, e men che mai per il Tiso che nel giudizio e coinvolto. a nostro avviso, sfuggiva all'esame del De Giorgi il significalo della stagione pittorica, e culturale in genere, del Settecento salemino che in una periferia tentava il riscatto attraverso l'arte, l'architettura, il diritto, il negozio. È in quest'ottica, forse, che vanno visti gli sforzi di questi spiriti, che se non eccelsi, e non Io furono, almeno significativi di un'epoca e di un costume.
8   Debbo la segnalazione all'amico Domenico Torna, che ringrazio.
9   Questa vocazione spiega la produzione di ritratti di figure coeve, di personaggi storici, di santi e in pardicolare di Madonna, che uscivano dalla sua bottega: una specie di atelier dove si dipingeva anche su tela damascata, su linogrezzo e su legno.
10   ASL, 79/10, atto del 19 giugno 1831 da f.198r. per notar Ruggeris Pietro di Ruffano.

Aldo de Bernart

 
     
  Tratto da "Saverio Lillo pittore ruffanese nel bicentenario della sua morte (1796-1996)" di Aldo de Bernart, Congedo Editore, Galatina 1996.  
     
 
 
     

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